La vera arma dei nemici contro Israele è la divisione del popolo ebraico

di David Gerbi - 26 Giugno 2026 alle 08:23

Esiste un insegnamento del Talmud che continua a interrogare ogni generazione. È la storia di Kamtza e Bar Kamtza, narrata nel trattato Gittin, che la tradizione collega alla distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme. La vicenda è nota. Un uomo organizza un banchetto e invita il proprio amico Kamtza. Per errore, il servo invita invece il suo acerrimo nemico, Bar Kamtza. Quando il padrone di casa lo vede, lo umilia pubblicamente e lo caccia davanti a tutti, nonostante Bar Kamtza si offra di pagare il proprio pasto, metà del banchetto e perfino l’intera festa pur di evitare quella vergogna. Ciò che rende ancora più drammatica la scena è il silenzio dei rabbini presenti. Nessuno interviene. Nessuno difende la dignità di quell’uomo. Il Talmud non ci spiega il motivo del loro silenzio. Forse temevano di compromettere il rapporto con il padrone di casa. Forse preferirono non esporsi. Forse pensarono che non fosse loro compito intervenire. Qualunque fosse la ragione, il loro silenzio divenne parte della tragedia. Bar Kamtza interpretò quel silenzio come un’approvazione dell’umiliazione subita, e da lì prese avvio quella catena di eventi che, secondo la tradizione, avrebbe portato alla distruzione del Secondo Tempio.

La tradizione ebraica insegna un principio fondamentale: “Kol Yisrael arevim zeh bazeh” – Tutto Israele è responsabile l’uno dell’altro (Shevuot 39a). Essere garanti gli uni degli altri non significa soltanto condividere un destino comune. Significa anche non restare in silenzio quando viene calpestata la dignità di un altro ebreo. Forse è proprio questa una delle lezioni più profonde del racconto di Kamtza e Bar Kamtza. Il male non cresce soltanto per l’azione di chi umilia o aggredisce. Cresce anche quando chi potrebbe intervenire sceglie il silenzio, la neutralità o la convenienza. A volte non è l’odio a distruggere una comunità, ma l’assenza del coraggio di opporsi all’ingiustizia.

Naturalmente non fu un litigio a provocare la caduta di Gerusalemme. Il racconto vuole insegnare qualcosa di molto più profondo: una civiltà può essere distrutta dall’esterno solo quando si è già indebolita dall’interno. La tradizione ebraica ha chiamato questo male sinat chinam, l’odio gratuito. Non si tratta semplicemente di antipatia personale. È la perdita del senso di appartenenza reciproca. È il momento in cui il nemico interno diventa più importante del destino comune. Dopo il 7 ottobre, questa riflessione è tornata con forza. Molti osservano le minacce esterne: il terrorismo, i missili, l’antisemitismo crescente. Sono pericoli reali. Ma esiste anche un’altra minaccia, meno visibile e forse ancora più pericolosa: la frammentazione interna del popolo ebraico.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a divisioni sempre più profonde: religiosi e laici, destra e sinistra, governo e opposizione, Israele e diaspora. Il dissenso è parte integrante della democrazia israeliana. Ma quando il confronto si trasforma in delegittimazione reciproca, il rischio è che il conflitto interno diventi più forte della solidarietà nazionale. Anche dal punto di vista psicologico esistono dinamiche che possono accentuare queste fratture. In un precedente articolo ho riflettuto sul tema dell’identificazione con l’aggressore, il meccanismo descritto da Anna Freud e Sándor Ferenczi attraverso il quale, sotto pressione, alcune persone finiscono per assumere inconsciamente il linguaggio e le categorie del proprio avversario. È un tema diverso, ma strettamente collegato alla necessità di preservare una coscienza critica e un senso di appartenenza comune.

Negli ultimi giorni anche autorevoli commentatori israeliani hanno richiamato l’attenzione sul fatto che la più grande arma dei nemici di Israele non sono soltanto i missili, i droni o il terrorismo, ma la capacità di sfruttare le divisioni interne della società israeliana. Quando la politica, le appartenenze religiose o le identità di gruppo prevalgono sul senso di responsabilità comune, il tessuto nazionale si indebolisce. Questa riflessione non riguarda soltanto Israele. Vale per ogni società democratica. Ma per il popolo ebraico assume un significato particolare, perché la memoria di Kamtza e Bar Kamtza continua ad accompagnarci da quasi duemila anni. Forse il vero insegnamento di quel racconto non è che Roma fosse più forte di Gerusalemme. È che Roma poté vincere soltanto quando Gerusalemme aveva già iniziato a dividersi al proprio interno.

La forza di Israele non dipenderà mai dall’assenza di opinioni diverse. Dipenderà dalla capacità di restare un unico popolo anche quando non la pensiamo allo stesso modo. Perché i nostri nemici possono colpirci dall’esterno. Ma soltanto noi possiamo decidere se permettere che la divisione ci distrugga dall’interno. Forse è proprio qui che il pensiero di Carl Gustav Jung incontra una delle intuizioni più profonde della tradizione ebraica. Jung scriveva di sentirsi chiamato a rispondere a questioni lasciate irrisolte dai propri antenati, come se ogni generazione ereditasse anche il compito di completare ciò che le precedenti avevano lasciato incompiuto. Le masse, ricordava, non cambiano da sole: il cambiamento collettivo nasce sempre dalla trasformazione dell’individuo.

Anche la tradizione ebraica indica una strada. Il tikkun hamidot, la riparazione dei propri tratti caratteriali, e il tikkun olam, l’impegno a contribuire alla riparazione del mondo, ci ricordano che nessuna trasformazione collettiva può avvenire senza un lavoro interiore. L’unità del popolo ebraico non nascerà dall’eliminazione delle differenze, ma dalla capacità di ciascuno di assumersi la responsabilità del proprio comportamento verso l’altro. Perché i nostri nemici possono colpirci dall’esterno. Ma soltanto noi possiamo decidere se permettere che la divisione ci distrugga dall’interno oppure trasformare le nostre differenze in una responsabilità condivisa. È forse questo il primo passo verso quel tikkun che ogni generazione è chiamata a compiere.

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