L’acqua di Gaza
di Marco Del Monte - 13 Settembre 2026 alle 15:12
Nella guerra di Gaza, Israele viene accusato di ogni cosa, soprattutto del genocidio dei gazawi, attuato anche con la provocata siccità che porterebbe alla carestia.
Non contento di questo crimine, Israele ha attaccato anche l’Iran, il che per i nostri pacifisti è inammissibile, poiché sarebbe stato attaccato uno Stato pacifico, democratico che ha buoni rapporti col mondo, difensore dei diritti umani in generale e dei diritti delle donne in particolare, tant’è che presiede le relative commissioni in sede ONU.
Tralasciamo il contorno e apriamo un “focus” sulla siccità, cercando di dimostrarne l’inconsistenza.
Iniziamo dai testi biblici, cioè dai cinque libri di Mosè, dalle opere di Isaia e di Amos, ma soprattutto dai testi storici (Erodoto, Diodoro Siculo, Quinto Curzio Rufo).
È importante soffermarci su quanto dicono gli storici citati, perché smontano totalmente l’argomento “siccità”.
Erodoto (V secolo a.C.) annovera Gaza tra le grandi città sulla via costiera tra la Fenicia e l’Egitto, tappa fondamentale delle rotte commerciali che attraversano la regione verso l’Arabia e l’Egitto, situata alla fine dell’antica rotta commerciale costiera che andava a nord attraverso la Fenicia.
Diodoro Siculo parla invece di Gaza soprattutto in relazione al celebre assedio di Alessandro Magno (332 a.C.) e parla di un’antica “Gaza”.
È in questo contesto che emerge il dato più concreto sull’acqua della città: Gaza era un luogo naturale per far sorgere insediamenti umani, come una città grazie a ben quindici sorgenti di acqua dolce che garantivano prodotti agricoli sufficienti e soddisfacevano i bisogni fisici di una grande popolazione, diventando inevitabilmente un centro commerciale per le carovane e un luogo dove gli eserciti potevano rifornirsi d’acqua.
Un’altra testimonianza riguarda la presenza di acqua nella zona intorno a Beer Sheva (che in ebraico vuol dire proprio “i sette pozzi”) e che si trova sull’attuale confine tra Israele e Gaza.
Queste attestazioni dimostrano che l’unica zona a sud dell’attuale Israele (Gaza appunto) era fornita di falde acquifere, tanto che gli abitanti di questa striscia di terra erano gli unici che non scendevanoin Egitto durante i periodi di siccità che periodicamente colpivano la terra di Canaan.
Come si vede, a Gaza l’acqua non è mai mancata e la costruzione dei famigerati 750 chilometri di tunnel ne è la riprova attuale.
Da stime attendibili e congrue con l’estensione lineare dei tunnel, per realizzare questa complessa città sotterranea, che sta dando tanto filo da torcere ad Israele, sono occorse all’incirca dodicimila tonnellate di solo cemento.
Sottolineo di solo cemento, perché per realizzare le strutture in calcestruzzo armato, servono altrettante tonnellate di ferro, circa un terzo di inerti (ghiaia e sabbia). Teniamo presente anche che questi ultimi vanno lavati prima di impastarli con il cemento e questo fa salire (matematicamente) il rapporto acqua/cemento di un altro punto almeno
L’impiego dell’acqua entra così nel ragionamento: deve essere “potabile”, cioè “dolce”, al limite della purezza; per un buon calcestruzzo il rapporto acqua/cemento deve essere non inferiore a 3, che per calcestruzzi speciali sale fino a 4, che integrato con l’acqua necessaria al lavaggio degli inerti fa salire il rapporto a 5, il che equivale a 5.000 tonnellate, cioè 5.000 metri cubi di acqua, corrispondenti a cinque milioni di litri.
Il calcestruzzo non si può fare con l’acqua di mare, perciò deve essere stata utilizzata acqua locale, anche proveniente dagli impianti di dissalazione presenti a Gaza.
La profondità delle falde va dai 10 ai 30 metri, dal che si deduce che molte strutture sotterranee che sono arrivate a superare questi limiti hanno di sicuro disturbato o intercettato o deviato le falde acquifere esistenti, integrando ovviamente la lamentata siccità.
L’aumento della popolazione, poi, rende insufficienti le quantità d’acqua ricavabili dai dissalatori, proprio perché l’estrazione dell’acqua di falda (per costruire i tunnel) è diventata impraticabile.
Così stando le cose appare chiaro che l’accusa ad Israele è destituita di fondamento poiché in questi sedici anni ha fornito ad Hamas pure l’acqua in difetto (mentre, come detto, quella locale veniva usata in larga misura per costruire i tunnel).
È incredibile come a Gaza da due anni a questa parte si verifichino cose che hanno del miracoloso, come per esempio il compiersi di un genocidio che vede la popolazione crescere, anziché diminuire.
Il ministero della salute di Hamas ha dato per certo che tra nuovi nati e nascituri si sta raggiungendo il doppio dei morti: come si fa a parlare di genocidio…?
Sicuramente anche tra i più incalliti nemici di Israele c’è qualcuno che si pone questi problemi e allora si tira fuori la nuova accusa della scomparsa dell’acqua e della conseguente siccità, che contribuisce ad aggravare la situazione di Gaza e dei suoi abitanti.
Ma, come si è visto, anche questa affermazione è destituita di qualsiasi fondamento, anche se, purtroppo, i pacifisti di casa nostra, chiudendo tutti e due gli occhi, ci credono “ciecamente”.
C’è un’altra cosa da valutare, che riguarda la ricostruzione, che la presenza dei tunnel rende difficoltosa, al limite dell’impossibile.
Se i tunnel venissero interamente demoliti verrebbe a crearsi un’area di instabilità estesa all’intero territorio, perché un terreno di sedime composto da materiali di risulta con coefficienti di resistenza incerti e disomogenei non è adatto ad una seria ricostruzione.
Si deve tener conto anche che le strutture da demolire sono fortemente armate e la presenza di ferri complica assai ogni progetto.
L’alternativa sarebbe quella di tapparli, senza demolire nulla, ma questo comporterebbe l’impiego di una enorme quantità di terra; se, invece, si lasciasse intatta la “città sotterranea”, questo cozzerebbe fortemente con le esigenze di sicurezza di Israele insomma, un nodo inestricabile.