L’analisi di Caracciolo contro Israele fa acqua: sovrappone governo, società e identità nazionale
di Paolo Crucianelli - 24 Aprile 2026 alle 08:13
L’analisi di Lucio Caracciolo sull’“implosione da guerra permanente” di Israele apparso su Limes online e su Repubblica del 19 aprile, è, come spesso accade, suggestiva, ben scritta e ricca di riferimenti storici. Ma proprio per questo merita di essere discussa nel merito, distinguendo tra elementi analitici e costruzione narrativa. Perché il rischio, in questo caso, è che la seconda prevalga sulla prima. Il punto centrale dell’articolo è chiaro: Israele sarebbe impegnato in una dinamica espansiva permanente, guidata da una fusione tra sicurezza, identità e ideologia religiosa, destinata a condurlo verso una forma di autodistruzione. Una tesi forte, ma che poggia su una rappresentazione parziale — e in alcuni passaggi distorta — della realtà.
Innanzitutto, l’idea che Israele persegua un’espansione territoriale come fine in sé trascura un elemento fondamentale: il contesto strategico. Israele non si muove in un vuoto geopolitico, ma in un sistema regionale segnato da una conflittualità strutturale, in cui attori come l’Iran e le sue reti proxy — da Hezbollah agli Houthi passando per Hamas — rappresentano una minaccia dichiarata e persistente. In quest’ottica, il controllo di alcuni territori non risponde necessariamente a un disegno ideologico – e tantomeno religioso – di espansione, ma più semplicemente va interpretato come necessaria creazione di zone cuscinetto, funzionali a ridurre la pressione militare sui confini. Ridurre la strategia complessiva di Israele a un presunto “mandato divino” che lo spingerebbe verso i confini tra Nilo ed Eufrate significa prendere una posizione estremamente minoritaria, per quanto rumorosa, e trasformarla nel motore dell’intero sistema. Una generalizzazione che indebolisce l’analisi più che rafforzarla. Ancora più problematica è la rappresentazione della guerra dei 6 giorni come origine di “spazi strappati agli arabi palestinesi”, senza ricordare che quel conflitto nasce da una pressione militare fortissima dei Paesi arabi circostanti e che Israele si trovò allora in una condizione di pericolo esistenziale che portò a un attacco preventivo necessario. Anche qui, l’omissione di contesto produce una lettura sbilanciata.
Il passaggio più discutibile resta però quello in cui si attribuisce al governo israeliano una sostanziale negazione dell’umanità dei palestinesi. Si tratta di un’accusa gravissima, che può trovare riscontro in dichiarazioni isolate di esponenti estremisti, ma che non può essere elevata a linea politica generale senza scivolare in una rappresentazione caricaturale. In questo caso, più che analisi geopolitica, siamo nel campo della costruzione retorica. Lo stesso vale per l’insistenza su concetti come “popolo eletto” e “Grande Israele”, termini suggestivi, ripetuti come chiave interpretativa dell’azione israeliana. Si tratta di categorie che appartengono più al linguaggio ideologico che a quello strategico, e che rischiano di trasformare una realtà complessa in una narrazione lineare e moralmente orientata. Una critica efficace richiede precisione, distinzione tra attori e livelli decisionali, e soprattutto attenzione a non confondere una fase politica — per quanto significativa — con la natura di uno Stato.
Caracciolo, in questo caso, sembra invece sovrapporre governo, società e identità nazionale in un unico blocco interpretativo, arrivando a prefigurare scenari di declino che appaiono più come un anatema che come conclusioni analitiche. Il risultato è un testo che colpisce per forza evocativa, ma che lascia aperti interrogativi sulla sua tenuta come analisi geopolitica. Perché quando categorie ideologiche prendono il sopravvento sui dati, il rischio non è solo quello di semplificare la realtà, ma di piegarla a una tesi già scritta. E in un contesto complesso come quello mediorientale, è un rischio che non ci si può permettere.