L’autogol di Trump che danneggia l’Occidente: l’Iran è più forte di prima
di Marco Del Monte - 6 Luglio 2026 alle 08:23
Dal 7 ottobre 2023 sono passati oltre mille giorni, da quello che doveva essere un giorno di gioia, soprattutto per i bambini: ricorreva Sheminì atzeret, alla fine del periodo di Sukkòt, quando si dà loro la benedizione; per la seconda volta questa festività è stata profanata. La prima era stata il 9 0ttobre 1982, quando fu ucciso Stefano Gay Tachè, due anni di vita, alla Grande Sinagoga di Roma. Sono passati 41 anni tra i due episodi che hanno dimostrato una cosa univoca: gli ebrei continuano a far paura all’umanità, che cerca di esorcizzarli come si fa con il demonio, salvo accorgersi, di tanto in tanto, che non si può fare a meno di loro.
Fermiamoci un momento a vedere quello che è successo in Sudafrica dopo l’11 febbraio 1990, quando Nelson Mandela, leader del movimento di liberazione dall’apartheid, tornò libero dopo 27 anni. La storia del Sudafrica è piuttosto complessa; inizia quando divenne una colonia olandese nel 1652; passò poi sotto il dominio del Regno Unito nel corso dell’Ottocento; infine si costituì in Unione Sudafricana nel 1910; nel 1961 uscì dal Commonwealth, proclamandosi Repubblica autonoma, sempre governato da una minoranza bianca. Le sue risorse consistono in immensi giacimenti di platino, oro, diamanti, carbone, cromo e manganese, e su di esse si è retto il Paese per un lunghissimo periodo di tempo.
Dall’insediamento di Mandela in poi, però, il Paese ha imboccato una china sempre più precipitosa, arrivando quasi al tracollo finanziario e uscendo dai radar. Questo Paese è tornato alla ribalta in questi ultimi due anni, quando si è fatto paladino del popolo palestinese denunciando Netanyahu alla Corte Penale dell’Aja. Il 3 luglio di quest’anno è tornato all’onore delle cronache per i violenti scontri etnici con morti, feriti e 900 arresti: è scoppiato di nuovo il razzismo più violento, stavolta figlio delle pessime condizioni finanziarie del Paese. L’ondata di razzismo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è indirizzata verso la minoranza bianca, ma verso gli immigrati dai Paesi limitrofi che si trovano in condizioni economiche peggiori del Sudafrica.
Questo si leggeva sulla stampa del 3 luglio, da cui risulta che il Sudafrica è di nuovo annoverabile tra i Paesi dove gli abitanti non sono tutti uguali, ma che può permettersi di denunciare un altro Stato alla Corte Penale Internazionale per gli stessi reati, il che è in linea con la ridicola posizione dell’Onu che ha assegnato le presidenze delle commissioni “diritti umani” e “diritti delle donne” all’Iran, cioè come assegnare a Dracula la presidenza dell’AVIS (donatori di sangue). Sui media, poi, in questi giorni è uscita un’altra notizia che fa riflettere: il vicepresidente americano J. D. Vance avrebbe affidato a Paesi terzi (forse Pakistan o Turchia) un messaggio per i Pasdaran circa il fatto che lo Stato di Israele aveva messo nel mirino il ministro degli Esteri (Abbas Araghchi) e il presidente del Parlamento iraniano (Mohammad Bagher Ghalibaf). Qualunque fosse stata l’intenzione dell’alleato, i conti non tornano, perché la decapitazione del “clero” iraniano è stata condotta di concerto tra Usa e Israele, e ora questa comunanza di intenti viene messa fortemente in discussione.
Da come si stanno mettendo le cose, non è che con questo nuovo atteggiamento si stia dipanando la matassa, tanto più che il presidente Trump ha affermato che andrà al vertice Nato in Turchia solo perché glielo ha chiesto “l’amico Erdoğan”. Come si vede, un cambio di strategia in perfetta regola, come se fosse tutto normale e pacifico; in alternativa siamo costretti a prendere atto che Trump ha fatto “proprio” l’assunto che dice che “quando non riesci a battere un nemico è meglio trovare un accordo”. In effetti, si nota proprio un disegno nuovo che emerge dal contesto, perché gli Stati del Golfo stanno prendendo le distanze dal presidente americano, a cominciare dall’alleato “di ferro”, cioè l’Arabia Saudita, che non si è vista protetta né dai missili iraniani né da quelli degli Houthi.
Insomma, le incertezze americane non solo non hanno fatto chiarezza sulla situazione dello scacchiere mediorientale, ma hanno aumentato la confusione. Negli stessi States questo comportamento ondivago non gioverà di certo a vincere le elezioni di midterm, e l’eventuale sconfitta impedirà a Trump di passare tranquillamente i due anni che gli restano dalla fine del mandato. Tirando le somme, si vede che la posizione dell’Iran è più forte di prima della guerra, e anche i funerali della Guida Suprema, Alì Khamenei, fissati in concomitanza del giorno dell’indipendenza, sono la prova di una sfida bella e buona che non rasserena nessuno.