L’Europa costruisce lo scudo antimissile e guarda a Israele. Tricarico: «È il sistema più collaudato»
di Ruben Caivano - 4 Settembre 2026 alle 13:03
«Costruire un sistema di difesa aerea è complesso, perché le minacce sono sempre più sofisticate ed è difficile proteggere un intero territorio. Israele essendoci riuscita è diventata un punto di riferimento» Così commenta il Generale e Presidente della Fondazione ICSA Leonardo Tricarico il nuovo scenario che si sta costituendo nel Vecchio Continente, che sta costruendo pezzo dopo pezzo il proprio scudo antimissile con la tecnologia israeliana: dalla Germania che punta sull’Arrow 3, passando per la Finlandia con la Fionda di Davide, fino alla Grecia che ha appena firmato con Israele l’accordo “Scudo di Achille” da circa 3 miliardi di euro, per la costruzione di un sistema di difesa aerea integrato e multilivello.
Generale, cosa rende oggi i sistemi intercettori israeliani così attraenti per i paesi europei?
«Oggi, nel mondo, chi dispone del sistema di difesa aerea più performante e più collaudato è Israele. Ha superato prove da stress reali, soprattutto durante i due attacchi missilistici dell’Iran, che ha tentato di saturare il sistema con veri e propri sciami di missili: pur con l’aiuto degli Stati Uniti, non ci sono stati grandi danni. Questo è il primo elemento che rende il prodotto israeliano così attraente. C’è poi la tecnologia, provata sul campo in questi anni, che consente a Israele di contare su tre o quattro industrie molto avanzate. Costruire un sistema di difesa aerea è complesso, perché le minacce sono sempre più sofisticate ed è difficile proteggere un intero territorio. Dunque Israele che ci è riuscita è un punto di riferimento.»
È la prima volta che si registra in Europa una convergenza così ampia verso la tecnologia israeliana o ci sono dei precedenti?
«Israele è da sempre molto competitiva e attiva sui mercati internazionali, con la riservatezza che questo tipo di operazioni richiede. L’Italia stessa ha acquisito da Israele sistemi all’avanguardia di difesa aerea, di cui l’Aeronautica Militare è molto soddisfatta e che oggi vengono impiegati anche nelle situazioni di crisi attuali. Lo stesso vale per la difesa cibernetica, dove Israele è maestra. Quello che è nuovo è la condizione di necessità e urgenza che l’Europa vive oggi, e che giustifica il ricorso a Israele al posto di un’identità europea della difesa aerea. In attesa che l’Europa sviluppi una propria capacità, soluzioni ad interim come quella di tre paesi NATO/UE che si sono rivolti a Israele — prima fra tutti la Germania, con un contratto da quasi 4 miliardi di euro per il sistema Arrow — non sono certo condannabili.»
Proprio l’Arrow 3 è un sistema volto a intercettare minacce a lunga gittata. È pensabile che i tedeschi si preparino a attacco missilistico russo su larga scala?
«La dotazione del sistema Arrow 3 rientra in un robusto processo di adeguamento dello strumento militare alle nuove sfide. È certamente una buona notizia quella dell’Arrow 3 in territorio tedesco, il suo ombrello largo oltre duemila Km potrebbe proteggere anche molti altri paesi alleati, tra cui l’Italia nello spirito solidale dell’alleanza cui certamente Merz non si sottrarrà»
Da questo quadro, che lezione deve trarre l’Italia sul piano della propria dottrina di difesa?
«Credo che l’Italia debba riscrivere la propria dottrina sull’uso della forza, riservando una priorità alla difesa aerea — un ambito trascurato nella pianificazione degli ultimi decenni, sulla base di previsioni rivelatesi errate alla luce degli ultimi conflitti. I passi compiuti dai singoli paesi vanno messi a sistema in una difesa integrata, basata sulla solidarietà tra alleati, da realizzare quanto prima — anche con soluzioni ponte come le forniture israeliane e statunitensi. L’Italia e più in generale l’Europa ha già al proprio interno le conoscenze, la tecnologia e le industrie per provvedere da sola, con una pianificazione accurata, senza dover sempre ricorrere ad altri.»
Da quanto lei afferma sembra che Israele sia essenziale per il futuro della difesa europea.
«Secondo la mia visione, qualora Israele si dovesse liberare degli eccessi del radicalismo ultraortodosso e tornare ad essere una democrazia compiuta come noi la ricordiamo, andrebbe invitata ad una qualche forma di partnership nel sistema di difesa europea, che non dovrà essere costretta dai suoi limiti geografici. Analogo invito ad esempio potrebbe essere esteso a GB, Turchia Giappone Canada e via dicendo.”»