“L’Idf uccide i giornalisti”. Ma Ali Shoeib collaborava con Hezbollah contro Israele
di Paolo Crucianelli - 31 Marzo 2026 alle 08:07
C’è un riflesso automatico che si ripete ogni volta quando in un evento bellico operato da Israele muore qualcuno identificato come giornalista: la narrazione si accende immediatamente. Vittima civile, attacco illegittimo, responsabilità già assegnata. È accaduto anche per Ali Shoeib e Fatima Ftouni, presentati senza esitazioni come “giornalisti uccisi da Israele”. Ma è davvero così semplice? Israele sostiene che Shoeib non fosse soltanto un operatore dell’informazione, ma un soggetto coinvolto operativamente con Hezbollah, in particolare con l’unità Radwan, e impegnato a fornire, con la copertura dei reportages, indicazioni sulle posizioni delle truppe israeliane, indispensabili a Hezbollah per sapere dove lanciare i missili. Accusa grave, certamente. Ma anche precisa. Non una formula generica, bensì una contestazione circostanziata.
È proprio qui che si inserisce il primo equivoco. Pretendere che uno Stato in guerra renda pubblici elementi di intelligence – fonti, modalità di raccolta, catene informative – è semplicemente irrealistico. Non lo fa Israele, non lo farebbe nessun altro Paese. Non si può liquidare l’accusa come infondata solo perché non è stata esibita alla stampa o a una Ong. Il punto, allora, non è stabilire oggi chi abbia ragione – cosa impossibile in assenza di accesso a informazioni riservate – ma valutare quale delle due versioni sia più plausibile. E qui il quadro cambia.
Ali Shoeib lavorava per Al-Manar, emittente che non è un media indipendente, ma uno strumento diretto di Hezbollah. Non si tratta di un giudizio politico: è un dato strutturale. Hezbollah non distingue rigidamente tra apparato militare, rete politica e sistema mediatico. Al contrario, integra queste dimensioni in un unico dispositivo operativo e propagandistico. In un contesto del genere, l’ipotesi di una sovrapposizione di ruoli – giornalistico e operativo – non è un’eccezione, ma una possibilità concreta, più volte dimostratasi vera.
A questo si aggiunge la dinamica dell’attacco: un’azione mirata, condotta su un veicolo specifico, non un bombardamento di un edificio o di un’area urbana. Anche questo è coerente con l’ipotesi di un bersaglio perfettamente identificato. Ci si chiede: Shoeib era davvero un operatore di Hezbollah? Tutto ciò rende difficile sostenere con sicurezza il contrario. Ed è qui che la narrazione dominante mostra la sua debolezza: chi parla con incrollabile sicumera di “giornalista civile” compie lo stesso salto logico che rimprovera a Israele, trasformando un’ipotesi in un fatto.
Nel diritto internazionale umanitario il criterio è chiaro: i giornalisti sono protetti, ma perdono questa protezione se partecipano direttamente alle ostilità. La questione, dunque, non è l’etichetta professionale, ma il comportamento concreto. Ed è proprio questo l’elemento che, al momento, resta fuori dalla possibilità di verifica pubblica. Rimane allora una realtà più scomoda: in guerra la verità immediata è spesso inaccessibile. Le parti forniscono versioni incompatibili, entrambe non verificabili nel breve periodo. In questo contesto, la prudenza non consiste nello scegliere automaticamente la narrazione che appare più rassicurante o più consona alle proprie idee, ma nel riconoscere i limiti delle informazioni disponibili.
Dire oggi che Ali Shoeib era certamente un civile è un atto di fede. Dire che Israele potrebbe avere colpito un soggetto coinvolto operativamente con Hezbollah è, semplicemente, una valutazione plausibile alla luce del contesto. Ed è su questa differenza, sottile ma decisiva, che si misura la serietà di un’analisi.