L’integralismo islamico minaccia l’Occidente: le nostre donne nel mirino dei talebani
di Marco Del Monte - 3 Agosto 2026 alle 11:27
La donna è da sempre vittima della società, che ne ha fatto oggetto di sfruttamento. L’Occidente ipocrita e caritatevole le ha dedicato un giorno, l’8 marzo, che ricorda una tragedia, avvenuta il giorno del 1908 in cui andò a fuoco la fabbrica tessile “Cotton” di New York. Il vero evento catastrofico avvenne il 25 marzo 1911 nella fabbrica newyorchese “Triangle Shirtwaist Company”, in cui morirono 146 donne, per lo più giovani immigrate. Da quell’evento in poi è cominciata una lunga marcia che ha portato la donna occidentale a salire sulla scala sociale per arrivare all’emancipazione e all’affermarsi dei suoi giusti diritti.
Siamo ormai nel XXI secolo, e questa emancipazione ancora non è completa: i salari, per esempio, ancora non sono allineati e, in Italia, attualmente, una donna premier fa quasi scandalo. Pensiamo che nel nostro Paese il voto femminile è arrivato soltanto con il referendum Monarchia-Repubblica del 2-3 giugno 1946. Il 1° dicembre 1970 entrò in vigore la legge Fortuna-Baslini che consentiva il divorzio, confermata nel referendum del 1974; otto anni dopo fu approvata la legge n° 194 sull’aborto, sia pure condizionato da una serie di distinguo e cavilli, fino all’obiezione di coscienza del personale sanitario delle strutture sanitarie pubbliche. Questo non tiene conto della possibilità che una donna che decida di adire questa pratica può avere dei problemi di ogni tipo e, comunque, alla fin fine l’applicazione di questo “intervento” non dipende solo da lei. Le difficoltà che ancora permangono sono evidenziate anche dal fatto che in Italia, per esempio, si è resa necessaria una legge che obbliga i votanti, nel caso scelgano più di un candidato, a indicare anche il nome di una donna (le cosiddette quote rosa).
A causa, poi, delle continue uccisioni di donne da parte di mariti, compagni, fidanzati si è reso necessario introdurre una legge contro il femminicidio. Il discorso, dal punto di vista psicologico, è lungo e complesso, e merita un approfondimento a parte, mentre in questa sede ci si ferma a come viene considerata la donna nelle varie religioni, a partire proprio dalle tre religioni cosiddette “abramitiche”.
L’ebraismo ha rispetto per la donna, cui è demandato l’insegnamento della fede fin dai primi momenti di vita; le assegna, poi, la conservazione dei simboli della famiglia e della salvaguardia delle tradizioni, ma non le consente di officiare le cerimonie religiose. C’è poi la considerazione del “sangue” come elemento di vita e “impurità” di chiunque tocchi un defunto; da questo deriva che una donna è impura nel periodo del ciclo, in quanto il manifestarsi di questa evenienza equivale ad aver perso una vita. Nessuna donna è costretta a mettere in piazza il suo stato, e perciò non può officiare nessuna funzione, e si cerca di far sì che durante i riti uomini e donne stiano insieme, ma senza che la donna nasconda nulla dal punto di vista esteriore.
Il cristianesimo ha superato il problema del “sangue” e, perciò, durante le cerimonie donne e uomini possono stare insieme. Nell’Islam, invece, c’è una separazione doppia, perché le donne – oltre ad essere divise dagli uomini mediante un recinto – devono indossare abiti che non evidenzino le “forme” e devono avere almeno il capo coperto in modo che non si veda nemmeno una ciocca di capelli. Questa è la normalità, ma se entra in gioco l’integralismo le cose “precipitano”; pensiamo all’ultimo paradosso afgano che, potenzialmente, potrebbe addirittura limitare l’altissimo tasso di natalità che si riscontra tra i seguaci di questa religione.
I talebani, tornati al potere dopo l’ingloriosa ritirata americana, hanno proibito alle donne di parlare in pubblico e di studiare. Le donne, inoltre, non possono ricevere cure da un medico maschio, quindi solo un medico donna può visitare e curare un’altra donna; essendo, tuttavia, impedito loro lo studio, da qui a breve non ci saranno più donne medico e, conseguentemente, le donne potranno morire sia di parto che di banali infezioni. Il potere dell’uomo sulla donna, quindi, troverebbe così il suo epilogo per mancanza di attrici; un potere assoluto che dà licenza di imporre abiti claustrali per impedire anche fisicamente almeno l’approccio visivo.
Questo provoca anche, come abbiamo già avuto modo di vedere, delle dannosissime turbe sessuali nell’uomo e ne falsa e stravolge l’approccio al sesso, perché forzatamente le pulsioni proprie dello sviluppo ormonale portano questi infelici a trovare altre vie, tra cui l’omosessualità indotta e la violenza anche di gruppo sull’elemento femminile, spesso donne non islamiche, su cui si esercita il potere della costrizione. La donna è oggetto di possesso, così come la terra che l’Islam cerca di far propria è oggetto di conquista, per adempiere al precetto che il mondo intero deve essere dominato.
L’Islam è una religione semplice e totalizzante, basata su pochi princìpi, ma non sulla reciproca solidarietà e su pochi obiettivi, tra cui le imposizioni e le negazioni legate al sesso. Se prevalesse quindi l’applicazione della legge coranica sulle leggi dei Paesi occidentali, tutte le conquiste faticosamente conseguite dalle donne andrebbero perdute.