L’integralismo religioso vieta all’Iran di negoziare seriamente con Usa e Israele

di Marco Del Monte - 13 Maggio 2026 alle 08:13

Dopo giorni di attesa, finalmente l’Iran ha risposto (picche) a Trump, che in attesa dava segni di nervosismo. Quello tra il Presidente americano e il “regime iraniano” è un dialogo tra sordi che non promette niente di buono. Le due “entità” sono infatti contrassegnate da una buona dose di fanatismo solo apparentemente di segno opposto: quello americano è il classico atteggiamento da far west; quello iraniano è dettato dalla superiorità della fede in un credo che viene vissuto come base non scalfibile di un assolutismo religioso.

Una breve parentesi esplicativa: l’ebraismo rimette tutto alla divinità, che lascia però spazio al libero arbitrio; il cristianesimo fa della misericordia e del perdono il fulcro della religione; l’islamismo arriva al parossismo di rimettere alla divinità e al suo profeta ogni atto dell’esistenza. Sostanzialmente, le prime due religioni lasciano libertà all’evoluzione della specie e delle idee, mentre la terza è totalizzante. La giornata “attiva” è mediamente di sedici ore, ma inframmezzata da ben cinque pause da dedicare alla preghiera, e questo vuol dire che in ogni fase della giornata le manifestazioni religiose sono immanenti.

L’Islam non ammette sconfitte e, quindi, in una disputa o in una guerra ci sono soltanto due possibilità: la vittoria con la sottomissione del nemico o la morte da martire. Tertium non daturDal che deriva che in ogni disputa con l’Iran gli spazi di mediazione non sono angusti, ma impraticabili. Tutto ciò va messo in conto, anche se è lontano dalla filosofia occidentale, che dimostra una grande debolezza di fronte agli assunti dell’ideologia rivale.

Il dramma attuale, almeno nel nostro Paese, è che questo integralismo sta trascinando anche le masse che non sono di fede islamica. Ci sono due notizie sulle quali meditare. Una riguarda lo sciopero generale proclamato da numerose sigle sindacali contro il genocidio, le guerre, la fame nel mondo, i contratti di lavoro e anche il sesso degli angeli; la seconda si riferisce al procuratore generale della Corte Penale Internazionale, Kahn, che afferma che a Gaza Israele non sta commettendo nessun genocidio. Come si vede, la seconda notizia dovrebbe inficiare la prima, ma come è possibile fermare questa macchina ormai lanciata a tutta velocità verso l’abisso? I gruppi pro-Pal hanno ormai occupato e inquinato tutti i movimenti di opinione, e hanno intrapreso la nona crociata contro gli “infedeli”. E infatti uno degli argomenti posti alla base dello sciopero generale riguarda le guerre in genere, ma quella di “Persia” in particolare.

Come noto, in Iran ci sono due pazzi miscredenti che hanno attaccato un Paese civile e devoto, facendo pagare al mondo il sovrapprezzo dovuto all’aumento del prezzo del petrolio. Questi due pazzi vanno fermati con gli scioperi e con i fiori nei cannoni, come ai vecchi tempi dei figli dei fiori. Per la verità, c’è anche la rediviva Flotilla che aiuterà a risolvere tutti i problemi, visto che è foriera di allegri balli e portatrice di strumenti adatti a sollevare il morale. Fuori di metafora, il problema è serio, perché né l’Iran, né i suoi proxy si arrenderanno mai, e oltretutto hanno il tempo a loro favore. Mentre i vari miliziani fanno solo la guerra, i soldati israeliani hanno lasciato le loro attività, le loro famiglie, le loro case; questo è un problema serissimo. Per quanto riguarda l’Iran, non essendoci nessuna possibilità di mediazione, doveva essere messa in conto la dolorosa scelta tra la vittoria totale con migliaia di morti e una dolorosa débâcle, che renderebbe vano il motivo della guerra stessa: l’integralismo religioso si fa religione e rende impossibile la sua sconfitta per via “diplomatica”.

Il grande archivio di Israele

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