L’Islam seduce l’Occidente, che apre le porte al radicalismo sottovalutando i rischi

di Marco Del Monte - 26 Maggio 2026 alle 08:19

L’invasione dell’Occidente da parte dell’Islam pone molti problemi e molti interrogativi, il più logico dei quali è: come mai accade tutto ciò? La Seconda guerra mondiale e soprattutto la sua conclusione hanno lasciato macerie di tutti i generi e non solo ponti, strade, acquedotti da ricostruire, ma anche e soprattutto un’umanità in crisi di identità.

Al termine del conflitto, con le ceneri ancora calde, si svolse la Conferenza di Yalta (dal 4 all’11 febbraio 1945), nella quale USA, UK, URSS e Francia si spartirono il mondo, pensando di avere chiuso per sempre il periodo dei grandi conflitti. Gli USA avevano aperto una ferita (soprattutto nella loro coscienza nazionale) difficilmente rimarginabile con il lancio di due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, e l’Occidente nel suo complesso sentiva a suo carico di aver lasciato per troppo tempo mano libera a Hitler nei confronti degli ebrei.

Tre Paesi su quattro (Francia, USA, UK) intrapresero perciò un percorso ad handicap, con il quale stiamo facendo i conti, non avendo considerato due attori fondamentali: la Cina emergente e l’Islam in sonno, dopo la caduta dell’Impero ottomano. Il primo problema si presentò in Corea, già sotto il dominio giapponese, che fu divisa in due, con il confine demarcato dal famoso 38° parallelo, con il Nord ai comunisti e il Sud sotto l’influenza degli USA. Questa spartizione venne dopo tre anni di guerra (dal 1950 al 1953), che gli Usa combatterono soprattutto sotto il peso morale delle atomiche usate contro il Giappone. Per lo stesso motivo gli Stati Uniti nel 1955 si imbarcarono nella guerra del Vietnam, dove sostituirono la Francia, sconfitta pesantemente a Dien Bien Phu nel maggio nel 1954, da un esercito sostenuto dall’emergente Cina comunista.

Negli stessi anni la Francia si logorava nella guerra d’Algeria, che si ribellava alla potenza coloniale, uscita assai malconcia dalla guerra mondiale. L’Inghilterra pure non vedeva l’ora di lasciare al loro destino le sue colonie, con le quali usò due pesi e due misure, avviando, di fatto il problema del Medio Oriente.

Mentre, infatti, si curò di mantenere solidi rapporti con alcuni Paesi (India, Canada, Pakistan) inserendoli nel Commonwealth, abbandonò completamente la Cisgiordania e la Transgiordania, Gaza e la Siria Meridionale. Questo è il quadro geopolitico che ha dato origine all’attuale conflitto. Innanzitutto l’Occidente ha avuto negli anni Sessanta un’esplosione di benessere a buon mercato, con l’utilizzo dell’energia “acquistata” a prezzi contenuti dai Paesi arabi, ai quali ha immolato ricchezze finanziarie in quantità industriale, entrando contemporaneamente in crisi di identità, dovuta soprattutto al benessere percepito.

Questo stato di cose ha messo in crisi l’Occidente, anche dal punto di vista religioso, entrando, per esempio, nella crisi delle vocazioni sacerdotali e aprendosi all’Islam, che invece aveva e ha la forza di un qualcosa di nuovo e non sperimentato. Le economie occidentali sono andate in crisi per la mancanza di manodopera non specializzata, nell’agricoltura per mancanza di braccianti, nell’industria per la mancanza di operatori di basso livello, per mancanza di “pizzaioli” nelle trattorie, di guardiani notturni nei garage, di portantini negli ospedali e via di questo passo.

Abbiamo così aperto le porte all’invasione, e ora ci svegliamo con i garage acquistati dagli egiziani, il mercato ortofrutticolo in mano a egiziani e tunisini, indopakistani e nordafricani nei campi, abitanti del Bangladesh negli ospedali, filippini come camerieri e colf e così via. La differenza tra noi e loro sta soprattutto nel modo di vivere la religione che, per noi occidentali, è diventata quasi un orpello, mentre “per loro” è sostegno morale e linfa vitale.

L’approccio all’Islam è facile, perché i princìpi fondamentali non richiedono grossi sforzi di cultura e sono facilmente comprensibili, soprattutto nelle cinque preghiere giornaliere, per le quali i fedeli stanno insieme, coltivando e mantenendo solidi rapporti di tipo familiari. Sono diventate, quindi, delle enclavi molto coese e sotto l’ombrello della famiglia, in cui le donne hanno soprattutto il compito di procreare, con il che si è stabilita una differenza sostanziale: gli islamici hanno un tasso di natalità sette volte il nostro e costituiscono una società autonoma con età media che è metà della nostra.

Queste persone (ormai di seconda e terza generazione) sono venute via dai loro Paesi per indigenza e ora è come se li avessero ricreati qui. Infine, hanno trovato dei partiti dediti all’inclusività, che li hanno accolti e utilizzati per fini elettorali, dando loro in cambio la libertà di vivere alla loro maniera; in fondo, forse, ci disprezzano pure per questo.

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