L’Occidente cieco è vittima della lotta tra sciiti e sunniti
di Marco Del Monte - 19 Marzo 2026 alle 08:08
Dopo il 33, il Cristianesimo cominciò a diffondersi nell’Impero Romano e, poco a poco, sfruttandone le potenzialità, ne prese il posto, ferma restando Roma come “centro del mondo”. I primi Cristiani (tra cui S. Pietro e S. Paolo, entrambi fatti uccidere da Nerone tra il 64 e il 67) si sono insediati nell’Impero, a Roma in particolare, nel decennio 40–50. Le loro storie sono diverse e vale la pena ricordarle. Pietro, il cui nome ebraico era Simone, viene considerato il primo vescovo di Roma e il primo Papa, mentre, Paolo si chiamava Saul ed era un Sadduceo, casta che si vantava di avere la cittadinanza romana. Come civis romanus, Paolo non fu crocifisso, ma decapitato con una spada.
Nel 313, con l’editto di Costantino, il Cristianesimo diventò legale e crebbe di importanza, sostituendo l’Impero temporale. Da resti archeologici del tardo impero, risulta che gli ebrei abitavano tra Ostia e Roma già ai tempi di Giulio Cesare, all’incirca nel 50 a.C.; alcuni dicono che vi fossero stanziamenti anche prima del 200 a. C,, ma questo, seppur plausibile, è molto incerto. Il Cristianesimo non ebbe vita facile, così come l’ebreismo del resto, ma quando nacque l’Islam, nel 610, le cose andarono male per entrambi, anche se in modo diverso. Il Profeta Maometto morì nel 632 e subito cominciò una disputa sulla successione, che provocò la divisione dell’Islam in due grandi gruppi: sunniti e sciiti. I primi sostenevano che il successore non dovesse essere scelto per via dinastica, ma in base allo spessore morale e al valore militare e perciò sostennero Abu Bakr, che divenne il primo califfo, mentre i secondi preferirono i legami di sangue, sostenendo Alì iibn Abi Talibb, cugino e genero del Profeta.
Sunnita deriva da “sunna” e vuol dire tradizione, mentre sciita viene da Shiat Alì, partito di Alì; religiosamente parlando, i sunniti riconoscono l’autorità di chiunque eccella negli studi coranici, mentre gli sciiti credono nei discendenti del Profeta, il più anziano dei quali viene riconosciuto come Imam, guida. Attualmente i sunniti costituiscono la maggioranza, con una percentuale che sfiora il 90%, ma in molti Stati a dominare è la minoranza sciita, come nella Siria di Assad e nell’Iran di Khomeini e Khamenei, che si fregiavano entrambi del simbolo di discendenza diretta dal Profeta, costituito dal turbante nero.
La minoranza sciita è stata quella che ha creato sempre i maggiori attriti sia con gli ebrei che con i cristiani; questa minoranza ha alla base l’odio profondo del Profeta nei riguardi degli ebrei, che si rifiutarono di seguirlo e perciò furono sterminati e cacciati da Medina tra il 624 e il 627, città nella quale attorno a quegli anni Maometto si trasferì da La Mecca (Egira). Gli sciiti, poi, costituirono il nerbo della resistenza islamica al tempo delle otto Crociate; persero solo la prima al tempo di Goffredo di Buglione, che conquistò Gerusalemme nel 1099. Con le Crociate cominciò la guerra tra i cristiani e i musulmani che dura tuttora, mentre la guerra con gli ebrei cominciò già tra il 624 e il 627. Il testo sacro dell’Islam classifica questi due “parenti di Abramo” come nemici di Allah e come tali infedeli da eliminare tout court.
Tra queste due “visioni” dell’Islam, la competizione e gli episodi di guerra non sono mai finiti e tuttora ne vediamo gli effetti. Per capire quello che sta succedendo ora con la guerra tra Usa e Israele da una parte e l’Iran dall’altra, bisogna entrare nell’ottica che tale conflitto è iniziato fisicamente con il pogrom del 7 ottobre 2023 ed è la conseguenza della lunghissima dominazione (dal 1299 al 1922) dell’Impero ottomano su tutto il Medio Oriente e della sua caduta. L’Impero ottomano era sunnita e i suoi sultani dal XVI secolo si fregiarono del titolo di “Califfi del mondo musulmano”, in ciò contrastati dall’Impero Safavide di Persia, sciita.
La lunga dominazione sunnita iniziò con la vittoria nella battaglia di Chaldiran (1514), in cui il sultano ottomano Selim I sconfisse lo sciita Ismail I, fondatore degli sciiti Safavidi. L’Impero ottomano si dissolse nel 1922, tra le due guerre mondiali; i resti di questo impero furono spartiti tra la Francia e l’Inghilterra. Il mandato francese riportò qualche vittoria “sociale”, per esempio in Libano, che divenne la Svizzera del Medio Oriente, mentre quello inglese fu il primo responsabile del problema israelo-palestinese. L’esperieza coloniale inglese si realizzava lasciando ai residenti il governo del territorio e insediandosi materialmente al di sopra della élite dominante. Questa filosofia, però, poteva concretizzarsi solo in presenza di un governo locale, di confini definiti e di una popolazione individuabile; nella Palestina adrianea tutto questo non c’era. Il mandato inglese in Palestina durava dal 1920, quando da due anni l’Impero ottomano stava crollando pezzo a pezzo e negli ultimi anni, attorno al 1944-45, fu sottoposto a continui scossoni, come i numerosi attentati operati dai movimenti ebraici (“banda Stern” e Irgun) e dai cosiddetti arabi, che spesso si combattevano tra loro in una guerra fratricida tra Sciiti e Sunniti.
Quando il 15 maggio del 1948 l’Onu adottò la famosa “delibera 181”, dividendo la Palestina in due, l’Inghilterra abbandonò precipitosamente il Paese, mentre scoppiava la prima guerra arabo-israeliana. Questa dizione, come sappiamo, è inesatta, in quanto gli abitanti musulmani di quella terra non sono “arabi”, ma di mille altre etnie; le guerre successive, infatti, sono state classificate come “israelo-palestinesi”, senza mai evidenziare che anche gli abitanti del futuro Stato di Israele erano palestinesi di religione ebraica.