L’Occidente è il megafono di Hamas: offre il doppiaggio ai terroristi
di Redazione - 11 Giugno 2026 alle 14:53
di Ignacio Arroyo Hernández
Nel doppiaggio esiste una vecchia consuetudine: attenuare quello che i personaggi dicono quando dicono troppo. Gli eccessi verbali diventano esclamazioni innocue, gli insulti perdono il loro veleno, l’antieroe del copione originale ci arriva un po’ più presentabile di come lo aveva concepito lo sceneggiatore. Non è solo perbenismo: è una forma di affetto. I personaggi ci piacciono, e quando ci piacciono troppo li proteggiamo, persino da loro stessi. Li doppiamo come vogliamo che il pubblico li veda. Esistono varianti meno innocenti di quella stessa operazione. Una di queste si annida da anni nelle redazioni occidentali. Hamas dispone di un apparato comunicativo enorme e tutt’altro che nascosto. Sermoni del venerdì, programmi per bambini, slogan di piazza. Tutto in arabo, tutto disponibile, da decenni. La sua carta fondativa, scritta nel 1988, cita un hadith – narrazione attribuita al Profeta – in cui, alla fine dei tempi, perfino le pietre invitano il musulmano a uccidere l’ebreo nascosto dietro di loro. Non è un documento clandestino: è la pagina d’apertura.
Tuttavia il pubblico occidentale conosce poco quel materiale. Non perché manchi, non perché sia nascosto. Lo conosce poco perché la selezione opera quasi sempre nella stessa direzione: quella che rende il personaggio presentabile. Nel febbraio del 2025, in un documentario della BBC su Gaza, la parola araba yahud – ebrei – è stata tradotta più volte come israeliani o forze israeliane. In una delle interviste, un abitante di Gaza elogiava la jihad di Yahya Sinwar contro gli ebrei; la traduzione lo presentava come impegnato a combattere contro le forze israeliane. La BBC, dopo un’indagine interna, ha ammesso il problema e ha promesso che tradurrà yahud letteralmente d’ora in poi.
Altre volte non serve cambiare una parola: basta scegliere quale versione far circolare. Quando un dirigente di Hamas dice in arabo, in televisione, che il 7 ottobre si ripeterà una seconda, una terza, una quarta volta, la frase circola sui social per qualche ora e poi si dissolve. Quando quello stesso dirigente, davanti a una telecamera anglofona, si rifugia in condizioni e premesse, la stampa internazionale sceglie la seconda versione e archivia la prima. C’è un modo antico di chiamare questa indulgenza: paternalismo. È la stessa malinconica gentilezza con cui i biografi affettuosi tagliano via le frasi razziste dalle lettere del grande scrittore, i vecchi traduttori attenuano le crudeltà dell’Iliade, i nipoti dicono del nonno incorreggibile che era di un’altra epoca. L’alibi appare nobile, ma al lettore arriva una versione cortese del problema. E il problema, fuori dallo schermo, continua il suo corso.
Hamas lo sa bene. Ha i suoi portavoce in inglese, modula il tono davanti alle telecamere anglofone e lascia parlare i propri leader là dove sa che la traduzione non arriverà. È consapevole che da qualche parte, in una redazione occidentale, qualcuno sta già scegliendo al posto suo la frase più presentabile. Il doppio registro non è un incidente linguistico: è una strategia. E, come ogni strategia di doppiaggio, presuppone un partner volenteroso dall’altra parte del microfono. Quel partner non gli manca. Il doppiaggio, ad Hamas, lo offriamo noi.