Ma quale “colonia israeliana” in Valsesia: ecco la verità sul Progetto Baita
di Paolo Crucianelli - 24 Giugno 2026 alle 14:07
Quando un articolo costruisce la propria tesi su citazioni decontestualizzate e su un’omissione fattuale che, se inserita, ne capovolgerebbe il senso, il giornalismo cede il passo alla propaganda. È il caso del pezzo apparso il 20 giugno su L’Indipendente, dove la Valsesia viene presentata come una “colonia israeliana” in formazione attorno al Progetto Baita, l’iniziativa nata nel 2022 da Ugo Luzzati per favorire l’arrivo di famiglie israeliane in una valle alpina a rischio di spopolamento. Vale la pena ricostruire il quadro reale, perché qui non si tratta di opinioni opposte: si tratta di fatti documentati e di citazioni la cui distorsione è verificabile in pochi minuti.
Il primo nodo riguarda Dalia Gubbay, vicepresidente della Comunità ebraica di Milano. Le sue parole sull’antisemitismo che oggi ricorda «gli anni ’30» non sono state pronunciate parlando del Progetto Baita né della Valsesia: provengono da un’intervista a Giornale Radio dell’11 giugno 2026, dedicata al clima di ostilità crescente in Italia e in Europa, e oggetto di un acceso dibattito politico nei giorni successivi. Cucirle nel tessuto narrativo del Baita, per insinuare che la Comunità ebraica utilizzi il proprio dolore storico come paravento di una colonizzazione, è un montaggio che non regge alla più banale verifica delle fonti.
La seconda manipolazione riguarda Walker Meghnagi, presidente della stessa Comunità. La frase che gli si attribuisce — «difendere Israele significa anche pretendere che le sue istituzioni agiscano sempre nel rispetto della dignità umana, del diritto e dei valori democratici» — è del 21 maggio 2026, e nasce come condanna durissima del ministro Itamar Ben-Gvir, fotografatosi mentre derideva al porto di Ashdod gli attivisti della Flotilla legati e tenuti a faccia in giù. Al Foglio, in quei giorni, Meghnagi arrivò a dire che Ben-Gvir «dovrebbe andare in galera». L’articolo riusa quella frase per insinuare un’ipocrisia, quando testimonia l’esatto contrario: una presa di distanza pubblica e severa da un esponente del governo Netanyahu. Far dire a una persona qualcosa di diverso da ciò che ha detto non è analisi: è scorrettezza professionale.
Il terzo punto è l’omissione che falsifica la tesi del “privilegio spietato”. L’articolo lamenta che Varallo abbia «atteso invano l’arrivo di una singola famiglia palestinese» da Gaza, presentandolo come prova dell’asimmetria fra colonizzatori privilegiati e civili palestinesi prigionieri. Quello che tace, e che basta una ricerca rapida per trovare in mezza dozzina di testate, comprese quelle dichiaratamente filopalestinesi, è che la richiesta urgente al Ministero degli Esteri per quella famiglia (padre, madre e cinque figli) porta fra le altre la firma proprio di Ugo Luzzati, oltre che del sindaco e del parroco di Varallo, e che fra i volontari pronti ad accoglierla figurano anche famiglie israeliane residenti in zona. Il fondatore della presunta colonia sta cercando di portare in Valsesia una famiglia palestinese di Gaza. Tacerlo non è una svista: è la rimozione del fatto che manda in pezzi l’impianto dell’articolo.
Il quarto e più pesante silenzio riguarda quanto è accaduto due giorni prima della pubblicazione. Il 18 giugno il sindaco Pietro Bondetti ha ricevuto in Municipio una busta con un proiettile e una lettera firmata “Movimento Anti Sionista”, che si apriva con «Fuck Israel», definiva le famiglie israeliane «macellai nazi sionisti» e si chiudeva con la minaccia «questo è l’unico avviso prima di cominciare a sparare». La Procura di Vercelli ha aperto un fascicolo, indaga la Digos, il Tg1 ha dedicato un servizio al caso. Scrivere il 20 giugno un articolo sulla Valsesia come “colonia israeliana” senza menzionare la minaccia di morte recapitata 48 ore prima al sindaco — da chi usa la stessa identica retorica del pezzo — significa scegliere un punto cieco molto rivelatore.
E qui si arriva al cuore della questione, ossia alla parola “colonia”. Definire tale un’immigrazione legale e individuale di famiglie civili, in territorio sovrano italiano, dove acquistano case da privati e iscrivono i figli alla scuola pubblica, significa importare deliberatamente il lessico della West Bank in un contesto che non gli appartiene. Non c’è espropriazione, non c’è occupazione militare, non ci sono comunità locali cacciate dalle proprie terre. Anzi, c’è una valle che si stava spopolando e che oggi può rinascere e rivede i bambini nelle aule. Il termine “colonia”, politicamente incendiario, non descrive una realtà: la prefigura, e nel prefigurarla la legittima nell’immaginario di chi un proiettile in una busta lo ha già infilato. La prossima volta potrebbe infilarlo nella canna della pistola. La saldatura fra antisionismo militante e antisemitismo concreto, che da anni la Comunità ebraica milanese segnala, trova in quella lettera la propria dimostrazione plastica. Le critiche legittime alle politiche del governo Netanyahu sono una cosa; le minacce di morte a un sindaco italiano che dà il benvenuto a famiglie con bambini sono un’altra. Confonderle è esattamente quello che fa l’articolo. Su questa confusione, in Italia, qualcuno potrebbe cominciare a sparare per davvero.