Ma quale pirateria: il blocco navale di Israele contro la Flotilla è legale. Lo dice il diritto internazionale
di Paolo Crucianelli - 30 Aprile 2026 alle 11:48
La Global Sumud Flotilla 3 è stata fermata questa notte, in acque internazionali al largo di Creta, dalla Marina militare israeliana. Le imbarcazioni civili dirette a Gaza sono state abbordate, l’equipaggio condotto verso porto di Ashdod, il carico — viveri, medicinali, materiale simbolico — sequestrato. Da subito, le parti politiche vicine agli interessi della Flotilla hanno gridato alla “pirateria internazionale”. Ma hanno torto. Il diritto del mare, in tempo di conflitto armato, è codificato nel Manuale di San Remo del 1994. Il manuale prevede che imbarcazioni neutrali sospettate di violare un blocco dichiarato possano essere catturate, e che l’enforcement del blocco si eserciti anche in acque internazionali, purché il blocco sia stato pubblicamente dichiarato ed effettivamente mantenuto. Non è una specificità israeliana: è la regola che vale per ogni Nazione in stato di belligeranza navale dichiarato. Definire pirateria l’abbordaggio significa ignorare il regime giuridico applicabile.
Resta la questione del blocco. Da quando Israele lo ha imposto su Gaza, nel 2007, il dibattito non si è chiuso: la commissione Palmer dell’ONU nel 2011 — sulla vicenda Mavi Marmara — lo qualificò legittimo; tuttavia voci accademiche del diritto internazionale, dopo il 7 ottobre 2023, ne hanno messo in dubbio la liceità in ragione del mutato status. Ma fra il dibattito accademico e la qualificazione formale corre una distinzione che non si può saltare: fintanto che gli organismi internazionali preposti — Consiglio di Sicurezza ONU, Corte Internazionale di Giustizia, e in via incidentale Corte Penale Internazionale — non si siano espressi nel senso dell’illegittimità, vale la presunzione di legalità. Il diritto internazionale non funziona per dichiarazioni di parte, ma per pronunce di chi ha competenza a decidere. Allo stato, nessuno dei tre organi ha dichiarato illegale il blocco di Gaza. Quindi è legale.
Chi grida alla pirateria fa un uso ideologico e strumentale del lessico. Una Marina militare che fa enforcement di un blocco dichiarato e non invalidato agisce in una cornice giuridica lecita. Si può contestare il blocco, ma non si può chiamare pirata chi lo applica. In questo caso va evidenziata l’eccellente mossa strategica israeliana. Intercettare la Flotilla a Creta, molto lontano delle coste di Gaza, è stata una scelta efficace sul piano pratico e mediatico. Le Flotille sono macchine costruite sul crescendo — ogni giorno di navigazione che separa la partenza dall’intercettazione è un giorno di copertura che si somma. Spezzare il viaggio poco dopo la partenza comprime il ciclo della notizia, sottrae alla narrativa il climax che la rende efficace, introduce un fattore di sorpresa che disorienta. La Marina israeliana ha applicato una norma giuridica disponibile, e l’ha fatto nel momento e nel luogo che ne massimizzavano l’efficacia politica.
Le forze politiche che appoggiano la Flotilla continueranno comunque a usare parole roboanti per squalificare Israele, ma si rassegnino: sul piano del diritto, l’abbordaggio non è pirateria: è enforcement di una norma che resta valida finché non viene dichiarata invalida da chi può farlo. Sul piano politico, la Flotilla puntava a una scena lunga; Israele ha risposto con una scena breve e lontana. È questa la differenza fra una mossa simbolica e una mossa che funziona.