Medio Oriente, il gioco dell’oca ricomincia
di Marco Del Monte - 2 Giugno 2026 alle 09:23
Il mese di giugno comincia con una notizia: l’Iran ha ripristinato il 70% dei siti di lancio dei suoi missili a lungo raggio ed ha varato una super unità navale della “flotta dei mosquitos” in grado di “volare sull’acqua” alla velocità di 100 nodi, armata di missili in grado di colpire a mille kilometri di distanza; inoltre la Repubblica islamica ha cancellato dalle sue proposte la soluzione immediata del suo programma nucleare. Dulcis in fundo ha ordinato ad Hezbollah di non mollare, approvando il suo programma di arruolamento dei giovani minorenni.
Come si dice in gergo “ha fatto bingo” ed ora si prepara a fare “strike”.
La dabbenaggine americana, se fosse vero tutto ciò -e niente mostra che non sia così- sarebbe stata ancora una volta da premiare con un bel “tapiro d’oro”.
Per fare un paragone calcistico è come se una squadra sta vincendo 4 a zero a cinque minuti dalla fine e finisce la partita subendo un gol al minuto.
Si sta parlando della “guerra dei dodici giorni”, ovviamente, interrotta quando l’Iran era ormai alle corde.
Forse i negoziatori americani pensavano che la classe dirigente dei pasdaran fosse composta da educande timorate di dio, che sarebbero state quiete quiete a ricamare centrini.
Quella guerra, come tutte le guerre mediorientali, non si è chiusa infatti con una pace, ma con il solito “cessate il fuoco” foriero di riapertura delle ostilità quando l’Iran si sentisse pronta.
Il pugile al tappeto non solo ha ripreso conoscenza, ma ha avuto tutto il tempo di riprendere le forze, avendo acquistato anche i satelliti spia cinesi alla sua causa.
Ogni giorno in più di tregua equivale a uno sciame di droni pronti ad essere usati e se la guerra riprenderà a queste condizioni, le cose si metteranno molto male; l’alternativa è la “resa” americana: proprio una bella prospettiva.
Se nel 1967 Israele si fosse fermato anche un solo giorno prima di aver distrutto completamente l’aeronautica di Egitto e Siria, la guerra sarebbe stata ripresa da questi paesi in meno di un mese, giusto il tempo di sostituire gli aerei distrutti. E se nel 1973 Israele si fosse fermato prima di completare l’accerchiamento delle due divisioni egiziane nel Sinai, ora l’Egitto non avrebbe firmato nessuna pace.
Lo stesso sarebbe successo con la Giordania se Israele si fosse fermato prima di riconquistare tutta la città di Gerusalemme.
La controprova storica è la guerra di Suez, scoppiata nel 1956 tra l’Egitto e la coalizione formata da Inghilterra, Francia e Israele, quando Gamal Abdel Nasser, dittatore egiziano nazionalizzò il Canale di Suez.
Le truppe anglo-francesi presero il controllo del Canale, mentre Israele arrivò alle porte del Cairo e fu costretto a fermarsi, perché lo scopo degli alleati era stato raggiunto; questo portò Nasser a bloccare l’accesso al Mar Rosso nel 1967, esattamente come sta facendo l’Iran adesso con lo stretto di Hormuz.
Israele attaccò preventivamente e chiuse la partita in sei giorni, mentre il cessate il fuoco del 2025 tra USA e Iran ha consentito a quest’ultimo di bloccare Hormuz e di riarmarsi, come abbiamo già visto prima.
Oltre ad essere perfettamente logico, il comportamento iraniano è legato pure a fattori religiosi, perché i musulmani, soprattutto gli sciiti, ricorrono sempre alla pratica della “taqyya”, che permette loro di disattendere ogni accordo preso con i nemici.
Anche in presenza di un armistizio firmato, l’Iran avrebbe fatto la stessa cosa evitabile solo se non fosse stato loro concesso quasi un anno di tranquillità, nel corso del quale il gioco è tornato in loro mano.
In questo momento che Israele ha riconquistato il Castello di Beaufort, il castello dei crociati, che permette di dominare tutto il Libano e pure la vale della Bekaa, si sveglia la Francia, che chiede l’intervento dell’ONU per fermare Israele, dimentico che l’ONU è lì con l’UNIFIL da tempo immemore.
Tutto questo non promette niente di buono per il futuro, perché mentre la Cina assiste materialmente l’Iran, Israele e gli USA devono combattere anche il loro fronte interno.
Il “gioco dell’oca” può ricominciare da un momento all’altro, con la differenza che l’America non può “servire le carte” a che è servito un anno di guerra lo sanno in pochi e quei pochi sono ai margini.