Meno Stato, più Terra Santa: la ricetta di Feiglin e Ben-Ari tra sicurezza militare e libertà economica
di Domenico Letizia - 22 Luglio 2026 alle 11:35
Nel laboratorio politico israeliano, dove le categorie ideologiche tradizionali dell’Occidente si frantumano sistematicamente, la spinta ultra-liberista e il patriottismo identitario più intransigente stanno tentando una saldatura elettorale senza precedenti. A fare da catalizzatore è la rinascita di Zehut, la formazione libertarian fondata dal già deputato del Likud Moshe Feiglin, che ha formalizzato un accordo strategico con Michael Ben-Ari, figura storica ultra radicale ed ex presidente di Otzma Yehudit. Questa alleanza rappresenta il primo vero blocco politico a muoversi nel campo liberista in vista delle prossime elezioni legislative, nascendo dalla precisa scommessa che l’elettorato nazionalista e religioso sia oggi orfano di una casa ideologica strutturata, capace di coniugare il pugno di ferro militare con la dottrina del laissez-faire economico più estremo. Come evidenziato dalle analisi dei media israeliani, il programma di Zehut sfida apertamente la storica architettura statalista e burocratica del Paese, cresciuto all’ombra del sindacalismo dell’Histadrut ma contrassegnato dalla forte vocazione socialista volontaria dei kibbutz, proponendo un disincaglio totale del cittadino dall’apparato pubblico e dalle logiche stataliste.
La ricetta prevede una riduzione drastica dei Ministeri, l’abbattimento selvaggio di dazi e barriere doganali, la deregolamentazione aggressiva dei mercati e la privatizzazione diffusa di pilastri sociali come sanità e istruzione. A questa visione iper-capitalista si affianca una difesa radicale delle libertà individuali, tra cui la legalizzazione della cannabis, un tema storicamente vincente per intercettare i giovani e i professionisti dell’ecosistema tecnologico della Startup Nation. Ma la vera anomalia internazionale di questo modello risiede nella sua fusione simbiotica con una geopolitica militare forte e senza compromessi, dove non esiste traccia del pacifismo tipico dei libertari americani. La piattaforma di Feiglin e Ben-Ari liquida la dottrina strategica della gestione del conflitto e del contenimento, invocando la necessità di una vittoria totale che passi per l’annessione formale e la piena sovranità israeliana della Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza, l’espulsione degli elementi terroristici, l’interruzione di ogni aiuto economico statunitense per garantire la piena indipendenza economica e il rilancio massiccio degli insediamenti ebraici come valore spirituale supremo.
Si tratta di una scommessa ambiziosa che deve però fare i conti con i fantasmi del passato: nel 2019 il partito fallì clamorosamente l’ingresso alla Knesset non superando la soglia di sbarramento del 3,25%, e la figura di Ben-Ari porta con sé un passato di inchieste e storiche squalifiche da parte della Corte Suprema per incitamento all’islamofobia. Ciononostante, i promotori della lista sono convinti che lo shock collettivo e il profondo cambio di paradigma securitario seguiti agli eventi del 7 ottobre abbiano ridefinito le priorità della nazione, offrendo lo spazio politico ideale per dimostrare che la richiesta di massima sicurezza militare possa viaggiare di pari passo con la richiesta di massima libertà economica e individuale dallo Stato.