Milano festeggia la morte di Khameni davanti al consolato iraniano. Un’immagine storica: sventolano bandiere di Israele, Usa e Iran
di Dalia Gubbay - 2 Marzo 2026 alle 12:07
Quante volte l’ho pensato, nella mia pur non lunghissima vita. Sono nella storia. Dalle Torri Gemelle al Covid e altre ancora. Ma mai come oggi l’ho sentito e vissuto sulla mia pelle, nelle viscere. Mi è persino difficile scriverne: tante sono le parole e i sentimenti che mi si affollano e accavallano dentro, e non voglio farmi sopraffare solo dalle emozioni. Sabato, lo sappiamo, Israele e Stati Uniti hanno sferrato l’attacco all’Iran che si preannunciava da settimane, a metà tra leggenda e aspettativa, tra timori e speranze. Quando si comincia non si può dimenticare che non sarà senza conseguenze. Nuovi traumi, nuovi dolori. Eppure, per cambiare il mondo, la storia insegna che a volte non c’è altra strada.
E dunque è morto Khamenei, la Guida Suprema, l’ultimo rimasto dell’orrendo mostro a tante teste. Le reazioni sono tante, diverse; ai miei occhi, inspiegabilmente, c’è chi non sembra capire. Oggi ci svegliamo in un nuovo corso, o almeno crediamo che lo possa essere. Siamo attaccati alle notizie: è stata colpita Tel Aviv, poi una cittadina vicino a Gerusalemme. Ci sono vittime. Chissà se in loro nome qualcuno canterà mai. Il cuore sanguina per ognuno di loro.
Ieri però c’è stato anche un invito davanti al Consolato iraniano di Milano, per festeggiare la dipartita del tiranno. Ogni tanto ci è concesso, credo, come esseri umani, di non essere perfetti e di celebrare una scomparsa. Mi avvicino e in lontananza vedo la folla. Crescerà sempre di più nelle prossime ore: saremo un migliaio. Gli iraniani sono giovani e bellissimi, ballano, cantano, sventolano le loro bandiere. E la nostra. E quella americana. Ci sono tanti amici della Comunità ebraica; ci guardiamo increduli, ci abbracciamo, si piange. Le melodie si mischiano, si urla alla libertà, alla fine della dittatura.
Ad un tratto parte “Hava Nagila”, una delle canzoni ebraiche più note. L’entusiasmo cresce. Ma è quando la preghiera del nostro venerdì sera, “Shalom Aleichem”, risuona nella piazza che l’emozione ci prende e ci ubriaca. Un ragazzo iraniano asciuga le mie lacrime. E io mi domando: qualcuno qui in Europa ci ha mai dimostrato tanto calore? Abbiamo mai sentito un tale affetto? Che dire, un tale sconfinato amore? Quella comprensione che ci viene negata da sempre, quel rispetto e quella gratitudine che meriteremmo, se il mondo non fosse cieco e sordo?
Il popolo iraniano vuole vivere, in libertà. Che sia proprio il popolo ebraico a dare loro questa possibilità, questo sogno, questo slancio, questa promessa, fa parte dell’indicibile. Uno dei miei nipoti adorati vede le mie foto e i video e mi scrive queste parole da Tel Aviv, che è sotto le bombe: “Oggi loro sono l’unica ragione che ci tiene in piedi, corriamo nei bunker con amore”. Sono annientata. Grata. Fiera. Io lo so che non è finita, è appena cominciata. So che conteremo ancora i nostri morti, so che dovrò e vorrò immergermi nello strazio di ogni perdita. Ma oggi ho visto e vissuto qualcosa che non dimenticherò e che racconterò ai miei figli e ai miei nipoti, finché avrò fiato.