“Mossadegh, siamo qui”: il possibile ritorno della storia in Iran

di Redazione - 15 Marzo 2026 alle 10:07

Di Michael Klainer
A volte la storia impiega decenni per chiudere i propri cerchi. Durante i giorni più difficili della American Revolutionary War, l’esercito guidato da George Washington era poco più di una milizia improvvisata. Volontari senza esperienza militare, spesso privi di armi, munizioni e persino di cibo, combattevano contro l’Impero britannico per conquistare la propria indipendenza. In quel momento cruciale emerse un alleato inatteso: Marquis de Lafayette. Il giovane aristocratico francese combatté al fianco degli americani, contribuì all’organizzazione delle loro forze e soprattutto convinse la Francia a sostenere la rivoluzione con navi, armi e denaro. Senza quell’aiuto, la nascita degli Stati Uniti sarebbe stata molto più difficile. Gli americani non dimenticarono. Quasi due secoli dopo, quando le truppe alleate sbarcarono in Normandia per liberare la Francia dall’occupazione nazista durante la World War II, il comandante della prima unità americana sbarcata pronunciò una frase divenuta celebre: “Lafayette, siamo qui”. Era il riconoscimento di un debito storico.
Oggi qualcosa di simile potrebbe accadere in un altro luogo del mondo: l’Iran. Se nei prossimi anni il popolo iraniano riuscirà a liberarsi dal regime degli ayatollah e delle Islamic Revolutionary Guard Corps, con il sostegno politico e militare degli Stati Uniti e dei loro alleati, la nascita di un nuovo Iran democratico potrebbe offrire l’occasione per un gesto simbolico simile. In quel caso, il presidente americano invitato a parlare davanti al primo Parlamento libero iraniano potrebbe iniziare il suo discorso con parole destinate a entrare nei libri di storia: “Mohammad Mossadegh, siamo qui”. Per comprendere il significato di questa frase bisogna tornare al 1951. In quell’anno Mossadegh fu eletto democraticamente primo ministro dell’Iran. Nazionalista convinto, voleva modernizzare il Paese e garantire che le immense risorse petrolifere iraniane beneficiassero il popolo iraniano. Per questo motivo chiese royalties più eque alla Anglo-Iranian Oil Company. Quando la richiesta fu respinta, Mossadegh decise di nazionalizzare l’industria petrolifera.
La crisi che seguì portò a uno degli episodi più controversi della Guerra Fredda. Nel 1953 la Central Intelligence Agency, con il sostegno britannico, contribuì al rovesciamento del governo iraniano nel cosiddetto 1953 Iranian coup d’état. Il risultato fu il rafforzamento del potere dello scià Mohammad Reza Pahlavi. All’epoca, molti in Occidente considerarono quell’operazione una vittoria strategica. Col passare del tempo divenne invece chiaro che quell’evento aveva aperto una ferita profonda nella società iraniana. Il crescente autoritarismo dello scià e il trauma nazionale legato alla caduta di Mossadegh contribuirono infatti al clima politico che portò alla Iranian Revolution del 1979. Da allora, l’Iran è governato da un regime che ha costruito la propria identità anche sull’ostilità verso gli Stati Uniti, definiti il “Grande Satana” fin dai tempi del presidente Jimmy Carter. Negli ultimi decenni, Teheran ha sviluppato missili balistici e ha perseguito ambizioni nucleari che ricordano il percorso seguito da North Korea. Tuttavia, il fattore decisivo per il futuro dell’Iran non sarà soltanto la pressione internazionale. Sarà soprattutto la volontà degli iraniani stessi.
Negli ultimi anni, milioni di cittadini hanno protestato contro il regime, affrontando la repressione della milizia Basij e delle forze di sicurezza. La storia dimostra che i regimi autoritari possono resistere a lungo, ma non sono invincibili. Quando una società perde la paura, anche i sistemi di potere più rigidi possono improvvisamente crollare. Se un giorno questo dovesse accadere anche in Iran, la caduta del regime potrebbe aprire la strada a una nuova fase della storia del Paese. E forse, quando un Parlamento libero si riunirà a Teheran, qualcuno ricorderà quella frase pronunciata sulle spiagge della Normandia molti anni fa. “Mossadegh, siamo qui”.

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