Nessuna alleanza è eterna: Israele l’ha capito, e fa affidamento solo su sé stesso
di David Gerbi - 23 Giugno 2026 alle 11:19
Da Ashkelon al Medio Oriente di oggi, c’è una frase che mi accompagna da quasi cinquant’anni. «Non abbiamo su chi fare affidamento, se non sul nostro Padre che è nei Cieli». La prima volta che lessi questa frase era il 1979, l’anno della morte di mio padre. Mi trovavo ad Ashkelon, in Israele. Mio padre era stato appena sepolto lì, accanto ai suoi genitori. Poco dopo andai con mia sorella a trovare zia Rehana, la sorella di mio padre, che avevo conosciuto da poco. Ricordo una casa modesta, una mezzuzà sullo stipite e, proprio al centro della porta, un semplice adesivo bianco sul quale era scritta una frase che non ho più dimenticato: «Non abbiamo su chi fare affidamento, se non sul nostro Padre che è nei Cieli».
Quella frase non mi era del tutto estranea. Mia nonna, mia madre e molti ebrei originari della Libia ripetevano spesso in arabo tripolino: «Ma anna ka Rabbe». Non abbiamo che Dio. All’epoca ero giovane, e quella frase mi sembrava quasi eccessiva. Pensavo che nella vita esistessero persone, istituzioni e relazioni sulle quali fosse possibile fare pieno affidamento. Con il passare degli anni, però, quella frase è tornata a visitarmi molte volte. L’ho rivista sulle porte delle case, sui vetri dei negozi, persino sulle automobili. E soprattutto l’ho ritrovata nella mia esperienza di vita. Oggi, con i capelli grigi, ne comprendo il significato in modo molto diverso.
Più passa il tempo, più mi accorgo che non parla soltanto di religione. Parla della vita. Da giovani tendiamo a pensare che qualcuno risolverà i nostri problemi. Riponiamo la nostra fiducia nei genitori, negli amici, nelle istituzioni, nei leader politici, nelle organizzazioni alle quali apparteniamo. Pensiamo che da qualche parte esista qualcuno capace di proteggerci, guidarci o indicarci sempre la strada giusta. Con il passare degli anni, però, la realtà ci insegna qualcosa di diverso. Le persone possono deluderci. Le promesse possono non essere mantenute. I progetti possono fallire. Le alleanze possono sciogliersi. Le istituzioni possono cambiare. Perfino le relazioni più importanti possono attraversare momenti di distanza o di incomprensione. La maturità nasce forse proprio da questa scoperta. Non nel diventare cinici o diffidenti, ma nel riconoscere che nessun essere umano può portare sulle proprie spalle il peso della nostra vita.
Spesso proiettiamo sugli altri responsabilità che appartengono a noi. Ci aspettiamo che siano loro a renderci felici, a salvarci, a confermare il nostro valore o a realizzare i nostri sogni. Quando ciò non accade, proviamo delusione, rabbia o amarezza. Ma forse la crescita consiste proprio nel ritirare queste proiezioni e nel trovare un centro più profondo. Carl Gustav Jung parlava del processo di individuazione come del cammino che conduce l’essere umano verso il proprio centro interiore. È un percorso che richiede coraggio, perché implica l’abbandono di molte illusioni. Tra queste vi è anche l’illusione che la nostra sicurezza possa dipendere completamente dagli altri.
La storia di Israele offre un esempio significativo. Nel corso dei secoli, il popolo ebraico ha conosciuto alleanze, amicizie, protezioni e sostegni. Ma ha imparato anche che nessuna alleanza umana è eterna. I governi cambiano, gli interessi mutano, gli equilibri geopolitici si trasformano. Per questo motivo Israele ha sviluppato una profonda consapevolezza: alla fine deve fare affidamento prima di tutto sulle proprie forze, sulla propria capacità di resistere e sulla propria fede.
Anche nella mia vita ho incontrato molte situazioni che mi hanno insegnato questa lezione. Sono nato in Libia. Ho vissuto l’esilio. Ho costruito progetti che sono cresciuti e altri che sono caduti. Ho incontrato persone che hanno mantenuto la parola data e altre che non l’hanno mantenuta. Ho visto iniziative promettenti interrompersi improvvisamente. Ho visto porte aprirsi e richiudersi. Per molto tempo ho pensato che alcune risposte sarebbero arrivate dagli uomini. Oggi penso che le risposte più profonde arrivino altrove. Non significa rinunciare alle relazioni umane. Non significa smettere di collaborare, di amare o di costruire insieme agli altri. Significa riconoscere che la fiducia ultima non può essere riposta negli uomini, nella politica o nelle circostanze.
Esiste un livello più profondo. Un luogo interiore in cui scopriamo che non siamo soli anche quando ci sentiamo soli. È questo, credo, il significato più autentico della frase: «Non abbiamo su chi fare affidamento, se non sul nostro Padre che è nei Cieli». Non come fuga dalla realtà. Non come rinuncia alla responsabilità. Ma come riconoscimento di un fondamento che rimane anche quando tutto il resto cambia. Forse la vera pace nasce proprio lì. Come insegna il Salmo: “Beato l’uomo che non segue il consiglio dei malvagi, ma trova la sua gioia nella Torah del Signore e la medita giorno e notte”. È come un albero piantato lungo corsi d’acqua: anche quando arrivano tempi difficili, continua a dare frutto, perché le sue radici sono profonde. È forse questo il significato più profondo del non avere nessun altro su cui fare affidamento se non sul nostro Padre che è nei Cieli: non dipendere dalle tempeste del mondo, ma restare radicati nella sorgente della vita.