Netanyahu avverte Trump: l’asse Turchia-Egitto minaccia Israele. “No” secco agli F-35

di Giuseppe Kalowski - 29 Luglio 2026 alle 08:03

Ieri Netanyahu ha incontrato Trump e ha partecipato ai funerali del grande amico di Israele, il senatore Lindsey Graham. L’incontro è avvenuto nel momento più difficile per il premier israeliano, sia sul piano interno sia su quello strategico. Sarà probabilmente l’ultimo faccia a faccia con il presidente americano prima delle elezioni israeliane di fine ottobre. I sondaggi lo danno in grande difficoltà, e un’eventuale sconfitta potrebbe segnare l’uscita definitiva dalla scena politica del leader israeliano, a trent’anni dal suo primo insediamento come premier dello Stato ebraico.

In questo senso, il valore politico dell’incontro va ben oltre la dimensione bilaterale. Netanyahu ha bisogno di presentarsi agli elettori come l’unico leader israeliano in grado di dialogare da pari a pari con il presidente degli Stati Uniti e di incidere sulle grandi decisioni strategiche che ridisegneranno il Medio Oriente nei prossimi anni. Un’immagine che potrebbe rivelarsi decisiva nella fase finale della campagna elettorale. Netanyahu ha fortemente voluto questo vertice perché lo considera importante, forse decisivo, alla luce dei continui cambiamenti geopolitici della regione. Non c’è soltanto l’Iran, né la strategia da adottare nei confronti del regime degli ayatollah e dei suoi principali proxy, come Hezbollah, o la necessità di ricomporre le divergenze emerse negli ultimi mesi tra i due leader. Netanyahu ha presentato al presidente americano informazioni di intelligence sull’intensificazione del programma nucleare iraniano, secondo cui sarebbe in corso l’espansione delle attività nel sito sotterraneo di Pickaxe Mountain. C’è molto di più. Domenica scorsa il governo israeliano ha approvato l’ingresso della forza internazionale di stabilizzazione, l’ISF, nella Striscia di Gaza, come previsto dal piano di pace di Trump. Il primo passo sarà la costruzione di alloggi destinati a ospitare migliaia di palestinesi nell’area di Rafah.

Ma c’è un nuovo pericolo che incombe su Israele: il progressivo riavvicinamento tra la Turchia di Erdoğan e l’Egitto di al-Sisi. Dopo anni di tensioni tra i due Paesi, il 13 luglio il ministro della Difesa egiziano, Ashraf Salem Zaher, si è recato ad Ankara, segnando un evidente riavvicinamento diplomatico e strategico in funzione anti-israeliana, come contrappeso alla potenza militare dello Stato ebraico. Al-Sisi ed Erdoğan hanno accantonato le rispettive divisioni ideologiche, e il Cairo sta acquistando dalla Turchia tecnologie militari in cambio di una partnership sempre più orientata al contenimento di Israele. La cooperazione tra i due Paesi è salita di livello anche sul piano operativo, con esercitazioni militari congiunte sempre più strutturate e integrate. È anche alla luce di questo scenario che si spiega il recente coordinamento tra Israele, Grecia e Cipro.

Trump ha dichiarato che Erdoğanè un suo grande amico, ricordando che, a differenza dell’Europa, il presidente turco lo ha aiutato quando ce n’era bisogno e ha svolto un ruolo determinante nel dossier siriano. Netanyahu è stato quindi determinato a far comprendere a Trump la portata di questa nuova minaccia e a convincerlo ad agire di conseguenza, affinché i nuovi rischi per la sicurezza di Israele, compresa l’eventuale fornitura degli F-35 alla Turchia, vengano neutralizzati senza imporre a Gerusalemme alcun dietrofront strategico che finirebbe per indebolire lo Stato ebraico, rendendolo ancora più vulnerabile ai suoi numerosi nemici, compresi quelli con i quali ha firmato un trattato di pace.

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