Niente panico sullo Stretto di Hormuz: la vera minaccia per i mercati sono i danni alle infrastrutture di petrolio e gas
di Andrea B. Nardi - 4 Marzo 2026 alle 15:49
Al di là dei titoli ad effetto dei media e delle cassandre anti-Trump, gli analisti finanziari stanno spiegando che l’eventuale (e per nulla certa) chiusura dello Stretto di Hormuz non rappresenta il rischio principale di caduta dei mercati. La situazione dello Stretto è una variabile momentanea, in quanto può essere chiuso e riaperto di continuo. L’incognita maggiore, ciò che rappresenta un problema per i mercati, riguarda, invece, gli eventuali danni strutturali permanenti alle infrastrutture di petrolio e gas, questione che al momento non è stata ancora prezzata dalle Borse internazionali. Questo fattore è ciò che veramente provocherebbe uno choc sui mercati, ma ove non si verificasse – e a oggi è così – l’attuale instabilità è considerata un fenomeno passeggero che sarà riassorbito nel breve periodo.
Parlando di petrolio, oggi siamo in presenza di un eccesso di offerta globale di greggio, avendone l’Arabia Saudita & C. aumentato la produzione, e ciò ha creato un ammortizzatore che trattiene i prezzi impedendone l’impennata. Ringraziamo anche il Kuwait e il Qatar, chiamati alla ragione dagli attacchi iraniani sul suolo arabo: gli ayatollah, minacciando i “fratelli” musulmani, speravano che questi avrebbero costretto gli Usa a interrompere la guerra. È avvenuto l’esatto contrario, e questi Paesi, ovviamente, hanno un ruolo primario per la stabilità dell’offerta del greggio.
Nello scenario energetico e strategico, un altro attore mondiale di cui tener conto è la Cina, grandissimo acquirente di petrolio mediorientale: essa teme al massimo grado una possibile interruzione delle forniture, avendo già visto compromesso l’ex partner venezuelano. Si auspica che Pechino possa in qualche modo dare un appoggio segreto e stabilizzante a Washington e Gerusalemme, abbandonando al suo destino Teheran, pur di veder ripristinato l’equilibrio nella regione.
Chi si trova nella situazione peggiore, come al solito, è l’Europa: la sua dipendenza dal gas naturale la rende esposta e vulnerabile a una crisi. Le Borse europee risentiranno di questo punto debole, mentre Stati Uniti e Sud America, più lontani e solidi, reggeranno meglio. Gli osservatori finanziari, al momento, individuano più inclini a perdite da ribasso – downside – nel breve termine Paesi come Cina, Corea e aree limitrofe. Per il resto, non bisogna dimenticare che periodi di cali di mercato connessi a crisi di questo tipo – con discese medie stimate attorno all’8-10% – sono sempre stati forieri di investimenti e speculazioni, diventando opportunità di acquisto. Ciò che bisogna tenere d’occhio, pertanto, è l’integrità delle infrastrutture energetiche nell’area di guerra, unico elemento determinante per la tenuta dei mercati nel medio termine.