Niente tattiche e zero conoscenza dei teatri di battaglia: la disfatta degli Usa in Iran
di Marco Del Monte - 1 Luglio 2026 alle 14:57
La guerra tra Usa e Iran sta andando ormai verso il secondo anno, una guerra cominciata il 13 giugno 2025, cui è stata posta fine il 24 giugno dello stesso anno, dopo dodici giorni e che se fosse durata di più sarebbe finita con la sconfitta della Repubblica Islamica. Il presidente Trump ha, invece, deciso di accettare la richiesta di “cessate il fuoco” avanzata dall’Iran e sostenuta da molti Stati, europei soprattutto, delineando una “strategia” misteriosa, che ha portato all’attuale stallo e alla sottoscrizione di un documento assolutamente in perdita per gli Stati Uniti d’America.
La guerra è ripresa praticamente il 28 febbraio 2026, con all’orizzonte non un esito incerto ma la sconfitta degli Usa. Mentre gli americani si sono limitati a consolidare lo status quo, dopo aver eliminato addirittura la Guida Suprema, Alì Khamenei, gli iraniani hanno messo in mostra pezzi di alta strategia, evidenziando innanzitutto un’organizzazione a strati paralleli, che ha permesso di prendere decisioni tattiche con rapidità e precisione. La prima cosa messa in atto dagli iraniani è stata quella di occupare lo Stretto di Hormuz, bloccando i traffici mondiali. Hanno poi utilizzato gli approdi sul Mar Caspio per reintegrare le proprie dotazioni missilistiche acquistandone di nuove da Russia e Cina, la quale ultima ha messo a disposizione anche un satellite-spia che ha fornito dati precisi sulle postazioni nemiche e sul dispiegamento delle loro forze. Infine, le deboli difese aeree, annientate nella guerra dei dodici giorni, sono state ripristinate e potenziate. In sostituzione della flotta ormai completamente distrutta nel 2025, sono stati attivati i cosiddetti “barchini-mosca” armati di missili mare-mare in grado di danneggiare seriamente anche una portaerei.
Tutto ciò apre molti interrogativi sul modo di condurre la guerra da parte degli strateghi americani, e induce a esaminare le ultime campagne degli Stati Uniti, a cominciare proprio dalla Seconda guerra mondiale. Il comandante in capo all’epoca era Dwight D. Eisenhower (1890–1969), che è stato il 34º presidente degli Stati Uniti, in carica dal 1953 al 1961. Prima di diventare presidente, fu un importante generale dell’United States Army. È noto soprattutto per aver ricoperto il ruolo di Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa, guidando l’invasione della Sbarco in Normandia il 6 giugno 1944 (D-Day). Nella Seconda guerra mondiale, gli Usa hanno perso quasi mezzo milione di uomini. Nel solo sbarco in Normandia i morti americani sono stati quasi tremila; un’altra battaglia sbagliata fu la presa di Montecassino, dove dopo il bombardamento e la distruzione dell’abbazia gli americani rimasero impantanati per quattro mesi, con altrettante battaglie cruente e quasi inutili.
Prima di convincersi che anche il Giappone si era unito all’Asse italo-tedesco, ci volle l’attacco condotto da questi alla base navale di Pearl Harbour, che fu distrutta in pochissimo tempo. Per avere ragione dei tedeschi, gli Usa dovettero radere al suolo varie città, tra cui Dresda, e per battere il Giappone ci vollero le due atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Dopo questa esperienza ci fu la guerra di Corea, durata dal 1950 al 1953, anno in cui fu firmato un armistizio ancora in vigore. Poi ci fu la guerra del Vietnam, che durò vent’anni, dal 1955 al 1975, la cui conclusione vide la resa di Saigon al Vietnam del Nord e la sconfitta degli Stati Uniti. L’ultimo flop è stata la guerra in Afganistan, durata dal 2001 al 2021, conclusa ignominiosamente con una fuga che ha lasciato alla mercé dei talebani tutti coloro che avevano collaborato con gli americani. L’inglorioso ritiro fu iniziato da Trump nel suo primo mandato e si è concluso con Biden, in maniera sconcertante.
Questa breve disamina ci dice due cose: che gli Stati Uniti non sanno combattere sul terreno e non sanno adattare la tattica alla strategia, perché sul terreno quest’ultima per loro si è sempre dimostrata un’emerita sconosciuta. D’altra parte, l’ultima guerra combattuta sul territorio americano è stata la guerra di secessione, combattuta dal 1861 al 1865. Andare a combattere sui territori altrui comporta la non conoscenza dei luoghi e delle popolazioni e la non curanza dei danni arrecati alle popolazioni interessate. La strategia usata ogni volta in fotocopia prevede massicci interventi aerei, con relativi bombardamenti e grande dispiegamento di truppe sul terreno con impiego enorme di mezzi blindati. Questa unica strategia non prevede tattiche e adattamenti e, quindi, di fronte alla guerriglia (che è solo tattica) si rivela perdente.
Nell’attuale guerra all’Iran, in più, ci sono diversi fattori negativi: il super ego del presidente, associato a un’assoluta mancanza di piani, la non conoscenza dei teatri di battaglia e delle tattiche dell’avversario, l’assoluta assenza di una qualsivoglia visione diplomatica, unita alla presenza di “collaboratori” che usano una diplomazia superficiale e debole. Non tocchiamo il problema religioso, perché, a questo punto, è un corollario. Come dicevano i sessantottini: “Una risata vi seppellirà”. E qui di cose ridicole ce ne sono a iosa. Una per tutte, non è stata prevista neanche una barchetta di carta per occupare militarmente lo Stretto di Hormuz, che è diventato la seconda atomica dell’Iran.