Prima Gaza, ora l’Iran: i terroristi sfruttano ospedali, scuole e moschee. Ma la colpa cade su Israele
di Marco Del Monte - 11 Marzo 2026 alle 07:51
Tra le cose che anche un personaggio navigato come Donald Trump sta imparando da quella che chiamiamo “guerra di Persia”, per distinguerla dalla “guerra di Gaza”, c’è che prima che partisse il primo raid israelo-americano era già montata la trappola mediatica. Israele fu incolpato di aver bombardato l’ospedale di Khan Yunis provocando 500 morti, e la fake andò in giro per molte settimane, finché non fu dimostrato che era stato un missile di Hamas difettoso che era tornato indietro colpendo l’ospedale.
Trump ha provato a dire la stessa cosa, e i media, che l’avevano previsto, hanno portato le prove che era un missile Tomahawk, in uso solo agli americani. Il fatto che sia nel primo che nel secondo caso i missili siano partiti da rampe installate nei cortili delle strutture civili, ovviamente, non è stato detto dagli accusatori. Invece, non soltanto sono ormai 10 giorni che il fatto viene ripetuto da tutti i tg, con la sottolineatura che erano bambine, ma il numero delle vittime va sempre aumentando. Nessuno pensa che in Iran vige la stessa legge dei talebani afgani, per cui le femmine non devono studiare e, quindi, è più probabile che queste bimbe siano state messe in un edificio attiguo a una scuola militare scientemente per provocare la riprovazione dei teneri cuori occidentali. Del resto, anche nelle scorse ore il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha detto che questa guerra durerà il tempo necessario a far capitolare le economie occidentali, perché loro non hanno niente da perdere.
Gli Usa, forse, ora stanno comprendendo contro quale nemico sta combattendo Israele; per l’Islam in genere e per gli islamici radicali in particolare non esiste la parola “resa”, e quando il Presidente degli Stati Uniti chiede la “resa incondizionata” fa due errori in uno, perché l’Islam per fede deve avere l’ultima parola. Per esempio, non ci sarebbe stato nessun accordo con l’Egitto se non ci fosse stata la guerra del Kippùr del 1973, che invece gli restituì un po’ di “dignità” dopo la completa débâcle del 1967. Che stessero perdendo anche quella del 1973 non contò nulla, perché nella narrazione successiva è sempre stata nominata la prima parte, cioè l’attraversamento del Canale di Suez e lo sfondamento della prima linea israeliana.
All’Iran, che ha armato Hamas ed Hezbollah, non interessa nulla dei palestinesi e del loro stato; sono vittime sacrificali e un mezzo per negare ad Israele di esistere, così come non hanno affatto a cuore le sorti del popolo iraniano che può sopportare anche la perdita fisica di due milioni di persone su novanta milioni. La superficie del Paese è quattro volte e mezza quella dell’Italia, e la morfologia del territorio è adatta a ogni tipo di difesa e di guerriglia. Eppure, la dominazione islamica degli ayatollah ha ridotto questo Paese in miseria, visto che l’aspetto militare ha avuto la priorità assoluta.
La psicologia dei musulmani non ha niente a che vedere con la nostra, specie nella valutazione del tempo; quello che per noi deve essere fatto da una generazione, per loro può essere fatto anche dalla decima generazione, purché si faccia. Quanto alla figura del martire, per le altre due religioni “abramitiche” è passiva, nel senso che non è contemplato il sacrificio volontario, mentre per la religione musulmana lo shaid è quello che si guadagna il paradiso, anche e soprattutto con il sacrificio della vita, che non è un sacrificio se il martire porta con sé degli infedeli. Questo comporta la figura dello “scudo umano”, che noi non riusciamo a comprendere e che ci impedisce di capire che le strutture civili (ospedali, scuole, moschee) sono solo un supporto per posti di comando, di lancio, di stoccaggio di missili e munizioni. Così si perdono le guerre. E Mr Trump deve cominciare a capirlo in fretta.