Programma nucleare e missili balistici: l’attacco di Usa e Israele all’Iran è stata una legittima autodifesa anticipata
di Paolo Crucianelli - 7 Marzo 2026 alle 07:54
Negli ultimi giorni il dibattito pubblico sull’attacco all’Iran è stato monopolizzato da un argomento citato con sorprendente leggerezza: la presunta violazione del diritto internazionale. Politici, commentatori e opinionisti lo citano come il Vangelo, come se fosse un Codice penale globale capace di stabilire con precisione ciò che è legittimo e ciò che non lo è. In realtà la questione è più complessa. Nel caso di un’azione militare preventiva contro, tra le altre cose, un programma di armamento nucleare, l’illegittimità non è affatto un dato incontrovertibile, ma oggetto di un serio dibattito giuridico.
Il punto di riferimento è l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che riconosce il diritto naturale di autodifesa degli Stati. L’interpretazione tradizionale lo ammette solo dopo un attacco armato o di fronte a una minaccia imminente. Ma esiste da tempo anche un’altra corrente di pensiero, sostenuta da numerosi giuristi, secondo cui uno Stato non è obbligato a attendere passivamente che la minaccia si concretizzi quando è in gioco la propria sopravvivenza. In presenza di programmi nucleari militari, missili balistici o milizie ostili, l’azione preventiva può essere considerata autodifesa anticipata. La storia recente dimostra che questa interpretazione non è marginale. Il bombardamento israeliano del reattore nucleare iracheno di Osirak nel 1981 fu condannato all’epoca, ma molti analisti lo considerano oggi una decisione lungimirante, che impedì al regime di Saddam Hussein di arrivare alla bomba negli anni Novanta.
Il diritto internazionale, lungi dall’essere un sistema di norme chiare e definitive, è spesso terreno di interpretazioni divergenti. Il problema diventa ancora più evidente passando dal piano teorico a quello istituzionale. Il sistema di sicurezza collettiva nato dopo la Seconda guerra mondiale ruota attorno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. In teoria, questo organo dovrebbe autorizzare l’uso della forza per mantenere la pace internazionale o fermare una minaccia. In pratica, il meccanismo è paralizzato dal veto dei cinque membri permanenti. Basta l’opposizione di uno solo per bloccare qualsiasi risoluzione. Questo assetto non è un errore di progettazione. Fu scelto nel 1945 perché le grandi potenze non avrebbero accettato decisioni prese contro la loro volontà. Il veto è quindi la condizione che ha reso possibile la nascita stessa dell’Onu. Ma la conseguenza è evidente: quando una crisi coinvolge gli interessi strategici di una grande potenza, il sistema si blocca. È per questo che il diritto internazionale riesce a funzionare davvero solo in situazioni marginali, ad esempio in alcune missioni di pace in Paesi africani dove nessuno dei grandi attori globali ha interessi vitali.
Quando la posta in gioco è alta, gli Stati agiscono comunque secondo le proprie valutazioni strategiche. La storia recente è piena di esempi: l’intervento Nato in Kosovo nel 1999, l’attacco all’Afghanistan nel 2001 e l’invasione dell’Iraq nel 2003. Tutti casi che dimostrano come, quando ritengono in gioco la propria sicurezza o interessi vitali, gli Stati non attendano un’autorizzazione che sanno impossibile ottenere. Questo non significa che il diritto internazionale sia inutile. Continua a svolgere funzioni di legittimazione politica, pressione diplomatica e costruzione del consenso. Ma è illusorio pensare che possa funzionare come un sistema giuridico interno agli Stati, capace di impedire l’uso della forza quando le grandi potenze lo ritengono indispensabile.
Forse sarebbe più utile riconoscere questa realtà con maggiore onestà intellettuale. Il diritto internazionale non è il “governo mondiale” di Star Trek, ma un quadro normativo imperfetto, nato per gestire l’equilibrio di potere tra grandi attori globali. Pretendere che funzioni come un sistema giuridico pienamente vincolante significa attribuirgli una capacità che non ha mai avuto. Prendere atto di questo non significa rinunciare alle regole o alla diplomazia. Significa affrontare il mondo per quello che è, non per come vorremmo che fosse. Il pragmatismo resta spesso una guida più affidabile delle astrazioni giuridiche.