Quando i comandanti volano in missione: la forza invisibile di Israele

di Paolo Crucianelli - 3 Aprile 2026 alle 10:57

C’è un dettaglio che emerge con forza dalle testimonianze più recenti sull’operato dell’Aeronautica israeliana e che merita di essere messo al centro dell’attenzione. Non riguarda una tecnologia, né una strategia militare particolarmente innovativa. Riguarda invece un elemento molto più semplice, ma decisivo: i comandanti combattono insieme ai loro uomini.

Il comandante della base di Tel Nof, generale di brigata, in un’intervista rilasciata a Israel Hayom, non si limita a pianificare le operazioni. Sale a bordo, partecipa alle missioni, vola sopra territori ostili e condivide gli stessi rischi dei piloti più giovani. Non è un’eccezione isolata, ma un approccio che, secondo diverse testimonianze, coinvolge anche livelli molto alti della catena di comando. È un modo di intendere la leadership che, nella storia militare, ha sempre rappresentato un moltiplicatore di forza.

Non si tratta di un gesto simbolico. Non è retorica. È una scelta operativa precisa. Un comandante che vola comprende davvero cosa accade, percepisce i cambiamenti del campo di battaglia, individua le criticità, misura i tempi, valuta i rischi. Ma soprattutto trasmette un messaggio potentissimo: nessuno viene mandato dove lui stesso non è disposto ad andare. Anche ai vertici assoluti questo approccio sembra trovare conferma. Il comandante in capo dell’IDF, generale Zamyr, è stato più volte visto in prima linea, con il fucile imbracciato, accanto ai soldati. Un segnale chiaro di una leadership che condivide il terreno e il rischio.

Questo elemento, spesso sottovalutato, è ciò che crea il vero “spirito di corpo”. Non nasce dai discorsi motivazionali, né dalle gerarchie formali. Nasce dalla condivisione del rischio. Quando chi comanda è presente, quando affronta le stesse condizioni, lo stesso stress, le stesse possibilità di errore, si crea un legame che difficilmente può essere spezzato.

È una dinamica nota in tutte le Forze armate, ma che raramente si manifesta con questa intensità nei livelli più alti. Più si sale nella gerarchia, più normalmente si tende ad allontanarsi dal terreno operativo. Israele, almeno in questa fase, sembra muoversi in direzione opposta.

E questo ha conseguenze concrete. In un conflitto complesso, caratterizzato da missioni lunghe, tecnicamente difficili e ad alto rischio, mantenere la tensione operativa è fondamentale. Il pericolo più grande, come ha spiegato uno dei comandanti, è che tutto diventi routine. Ed è proprio la presenza diretta dei vertici a impedire che ciò accada.

C’è poi un altro aspetto, meno evidente ma altrettanto importante. Quando un esercito combatte una guerra prolungata, il logoramento non è solo materiale, ma anche psicologico. La distanza tra chi decide e chi esegue può diventare un fattore di crisi. Ridurre questa distanza significa rafforzare la coesione e, di conseguenza, l’efficacia operativa.

In questo senso, la scelta di comandanti che volano, che partecipano, che condividono il rischio, non è soltanto un fatto militare. È una scelta culturale. È il segno di un’organizzazione che si percepisce come un corpo unico, un unico popolo in guerra, dove la responsabilità non si delega completamente, ma si assume in prima persona.

È anche, probabilmente, una delle ragioni per cui, nonostante le difficoltà, l’Aeronautica israeliana continua a mantenere livelli operativi elevatissimi. Perché alla base non c’è solo la tecnologia o l’addestramento, ma un fattore umano che spesso sfugge alle analisi: la fiducia reciproca. E la fiducia, in guerra, è una delle armi più potenti.

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