Quando i leader dimenticano di non essere Dio: l’intervista di Fallaci e l’incontro con Gheddafi

di David Gerbi - 3 Luglio 2026 alle 14:53

«Colonnello, posso farle un’ultima domanda?». «Sì, ma breve». «Lei crede in Dio?». «Ovvio che credo in Dio! Perché mi chiede una cosa simile?». «Perché credevo che Dio fosse lei, colonnello». «Mi guardò senza capire». Così Oriana Fallaci conclude una celebre intervista a Muammar GheddafiNon so se quelle parole furono pronunciate esattamente in quel modo. So però che quella battuta contiene una verità profonda che continua a interrogarmi ancora oggi.

Sono nato in Libia. Da bambino ho conosciuto la monarchia di re Idris. Poi, nel 1969, arrivò il colpo di Stato di Gheddafi e la dittatura. Avevo dodici anni. E siamo diventati profughi. Negli anni successivi ho visto alternarsi uomini che cercavano il potere attraverso i soldi, la forza, la politica, la religione o l’ideologia. Ho visto leader convinti di essere indispensabili. Ho visto rivoluzioni trasformarsi in nuove forme di controllo. Ho visto promesse di libertà dissolversi davanti alla realtà del potere. Molti anni dopo sono tornato più volte in Libia. Nonostante fosse vietato agli ebrei di tornare in Libia. Ci sono tornato per contribuire alla costruzione della libertà religiosa, per favorire il dialogo, per cercare una strada verso la riconciliazione. Ci sono tornato anche con la speranza che un giorno si potesse affrontare la questione dei beni confiscati agli ebrei libici.

In quel percorso ebbi anche modo di incontrare Gheddafi. Ricordo una domanda molto semplice che gli fu posta: come aveva fatto un giovane ufficiale di meno di trent’anni a prendere il potere? La risposta fu sorprendente nella sua semplicità: «Perché nessuno si è opposto». Conosco anche il prezzo che spesso pagano le persone comuni quando i potenti prendono decisioni che cambiano il destino di un Paese. Nel 2002 tornai in Libia con una missione molto precisa: cercare di ottenere la liberazione di mia zia, l’ultima ebrea rimasta nel Paese. Fui tra i primi ebrei libici a rientrare ufficialmente in Libia dopo decenni di assenza, in un periodo in cui il Paese cercava di riaprire il dialogo con l’Occidente. La trovai viva in un ospizio di Tripoli. Aveva più di ottant’anni e non voleva morire in una terra dove i cimiteri ebraici erano stati distrutti e dove non esisteva più una comunità capace di garantirle una sepoltura secondo la propria tradizione.

Per oltre un anno lavorai con il sostegno di autorità americane, del Rabbino Capo di Roma Elio Toaff e di molte altre persone che credettero in quella missione. Alla fine riuscimmo a portarla fuori dalla Libia. Ma quella esperienza mi insegnò anche un’altra lezione. Le promesse dei leader non sempre vengono mantenute. Gli accordi politici possono cambiare. Le relazioni tra gli Stati possono migliorare o peggiorare. Eppure, a pagare il prezzo più alto sono quasi sempre le persone senza potere: le famiglie, gli anziani, i dissidenti, le minoranze. La mia famiglia, come migliaia di altri ebrei libici, fu costretta a fuggire dopo il pogrom del 1967. Partimmo con una valigia e poche sterline. Perdemmo case, negozi, terreni, ricordi. In Libia furono confiscati i nostri beni, distrutte le nostre comunità e persino profanati i nostri cimiteri. Forse è per questo che in questi giorni penso alle tante donne e ai tanti uomini iraniani che hanno creduto nella libertà e che oggi rischiano di ritrovarsi soli, perseguitati o dimenticati. Non conosco il loro destino. So però che dietro ogni accordo internazionale ci sono esseri umani concreti che continueranno a portarne le conseguenze.

Forse ciò che mi colpisce di più è il destino di coloro che hanno avuto il coraggio di credere in un cambiamento. Persone che hanno manifestato, rischiato la propria libertà e talvolta la propria vita nella speranza di un futuro diverso. È difficile non provare dolore per chi ha creduto nella libertà e oggi rischia di pagarne il prezzo più alto. Forse è proprio qui che inizia la riflessione. Non sul potere di un singolo uomo, ma sul rapporto che gli esseri umani hanno con il potere. Come psicoanalista junghiano conosco bene un concetto che Jung chiamava “inflazione dell’Io”. L’inflazione si verifica quando l’Io cresce a tal punto da perdere il contatto con i propri limiti. A quel punto nasce l’illusione dell’onnipotenza. Ma nessun uomo è onnipotente. Nessun presidente, nessun re, nessun generale, nessun rivoluzionario. Prima o poi arriva il tempo in cui ogni leader deve fare i conti con la propria fragilità, con il proprio invecchiamento, con il proprio limite e infine con la propria mortalità. La storia è piena di uomini che volevano cambiare il mondo e che poi hanno scoperto di non poter cambiare nemmeno il corso del tempo.

In questi giorni penso spesso a coloro che credono nella libertà e che rischiano la vita per essa. Penso alle persone che finiscono in carcere per le proprie idee. Penso a coloro che hanno creduto nelle promesse di una rivoluzione e si ritrovano vittime di nuove forme di oppressioneDietro ogni decisione geopolitica ci sono sempre esseri umani concreti: donne, uomini, famiglie, giovani che sperano semplicemente di vivere in pace. Forse è questo che i leader dimenticano più facilmente. Non dimenticano soltanto di non essere Dio. Dimenticano di essere uomini. E quando un uomo dimentica di essere uomo, il prezzo viene sempre pagato da qualcun altro. Per questo la domanda di Oriana Fallaci continua a sembrarmi attuale. Non era una domanda rivolta soltanto a Gheddafi. Era una domanda rivolta a ogni leader, in ogni epoca. E forse, in fondo, era una domanda rivolta anche a ciascuno di noi.

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