Il reportage: il racconto di uno Shabbat che mostra la pluralità e la vitalità della società israeliana

Shabbat a Tel Aviv, tra sinagoghe, famiglie e ristoranti: mille modi diversi di essere israeliani

di David Gerbi - 1 Giugno 2026 alle 08:04

Il venerdì sera a Tel Aviv succede qualcosa di particolare. La città rallenta. Le strade si svuotano. Molte persone si dirigono verso la sinagoga, altre si riuniscono per la tradizionale cena in famiglia. Sul lungomare e lungo Rehov Dizengoff si vedono persone passeggiare in tranquillità, mentre un silenzio insolito scende sulla città. È il silenzio dello Shabbat. Quest’anno ho trascorso lo Shabbat nella Comunità Italiana di Tel Aviv, una realtà nata dall’incontro tra ebrei italiani e italo-libici trasferitisi in Israele. Da decenni rappresenta un punto di riferimento per molte famiglie provenienti da Roma, Milano, dalla Libia, dalla Tunisia e da altre realtà del Mediterraneo, mantenendo vivo un patrimonio culturale e religioso unico. Ho ritrovato amici d’infanzia, persone che conosco da decenni, famiglie che continuano a portare avanti con fierezza e semplicità le proprie tradizioni. Il rito e la liturgia si adattano alle persone presenti e la comunità è portata avanti in modo volontario da giovani ammirevoli che dedicano tempo ed energie per mantenere viva questa eredità.

Il sabato mattina ho incontrato anche alcuni amici romani che alloggiavano nel mio stesso albergo. Erano venuti in Israele per celebrare uno Shabbat Hatan, lo Shabbat dedicato allo sposo in occasione del matrimonio. Durante la funzione, il Rabbino Spagnoletto ha tenuto una riflessione sulla parashà della settimana e sul significato del matrimonio. Ha sottolineato l’importanza di concedersi sempre una seconda possibilità, di non irrigidirsi nelle difficoltà e di mantenere vivo nel tempo il legame di coppia. Parole semplici ma profonde, che hanno colpito molti dei presenti. C’era il Rabbino Spagnoletto, padre della sposa, che con emozione accompagnava la figlia verso una nuova fase della vita. E c’era, in modo diverso ma non meno presente, Roger Hannuna z.l., padre dello sposo, scomparso tre anni fa. Due padri, due presenze diverse, unite nello stesso matrimonio e nella stessa speranza per il futuro di questa giovane coppia.

Tra i momenti più toccanti di questo Shabbat c’è stato proprio l’incontro con lo sposo. Conoscevo bene suo padre, Roger Hannuna z.l., una persona di grande sensibilità. Era un commercialista apprezzato da tutti, ma anche un musicista di grande talento, profondamente legato alle tradizioni degli ebrei di Libia. Ricordo ancora l’ultima volta che avevamo collaborato insieme. Era il giugno del 2022. Avevo organizzato nella sinagoga Beth El degli ebrei di Libia a Roma un evento dedicato alla storia dell’esodo degli ebrei libici e lui aveva partecipato con il suo complesso musicale. Era felice di poter riportare in vita musiche e tradizioni che da molti anni non venivano più eseguite in quel contesto. Ricordo anche la sorella, che cantò in modo magnifico, riscaldando il cuore di tutti i presenti. Fu una serata intensa, piena di memoria, emozione e appartenenza. Quando mi sono avvicinato al figlio e a sua moglie per fare loro gli auguri, ho sentito una forte emozione. Gli ho detto che avevo conosciuto e stimato molto suo padre e che ero felice di essere lì, nella sinagoga di Rehov Ben Yehuda a Tel Aviv, nel giorno del suo matrimonio. Lui mi ha guardato, mi ha stretto la mano con affetto e gratitudine. Anche sua moglie ha accolto quelle parole con dolcezza. In quel momento mi è venuto spontaneo pensare a un insegnamento molto presente nella tradizione ebraica: che nei momenti più importanti della vita, coloro che ci hanno preceduto continuano ad accompagnarci in modo invisibile. Ho immaginato Roger presente a quella festa, felice di vedere il figlio costruire una nuova famiglia. Mi sono commosso. Perché a distanza di tre anni dalla sua scomparsa, stava accadendo qualcosa di bello. Una nuova generazione stava prendendo il suo posto. Una nuova storia stava iniziando. E ancora una volta ho pensato che forse questa è una delle più grandi forze di Israele e del popolo ebraico: la capacità di attraversare il dolore senza interrompere la vita.

Un’altra immagine che porterò con me da questo Shabbat riguarda i bambini presenti in sinagoga. C’erano bambini e bambine molto piccoli che osservavano i genitori, sfogliavano i libri delle preghiere, imitavano i gesti degli adulti e giocavano tra loro. In qualsiasi altro contesto quei rumori avrebbero forse potuto essere considerati una distrazione. Eppure lì accadeva qualcosa di diverso. Le voci dei bambini si mescolavano naturalmente ai canti liturgici e alle preghiere. Non disturbavano. Facevano parte dell’insieme. Guardandoli, ho avuto la sensazione che quella comunità stesse trasmettendo qualcosa che va oltre le parole: una tradizione che continua a vivere attraverso le nuove generazioni. Dopo la preghiera, come spesso accade, tutti si sono ritrovati attorno a un buffet. Giovani, anziani, famiglie e bambini hanno condiviso il cibo e la gioia della festa. Ho rivisto alcune delle persone incontrate in aereo, arrivate in Israele proprio per partecipare al matrimonio. In quel momento ho percepito qualcosa che va oltre la singola celebrazione. La continuità della vita. La vita continua. Continua attraverso i figli, i matrimoni, le famiglie, la memoria di chi ci ha preceduto e la speranza che ogni nuova generazione porta con sé. Tra le persone che ho incontrato durante il buffet c’era anche un caro amico di origine gerbina. Conoscevo molto bene suo padre, il rabbino Didi z.l. di Djerba, una figura amata e stimata da tutti. Oggi il figlio si occupa di immobili ed è una persona che, come il padre, unisce saggezza, concretezza e profonda conoscenza della tradizione ebraica.

Parlando con lui sono rimasto colpito da un ragionamento che, a prima vista, mi è sembrato quasi paradossale. Mi spiegava che, nonostante il periodo difficile, il mercato immobiliare poteva offrire opportunità interessanti e che alcune persone, per ragioni economiche o personali, decidevano di vendere rapidamente le proprie proprietà. Confesso che il suo punto di vista mi ha sorpreso e mi ha fatto riflettere. Da una parte citava insegnamenti della Torah, dall’altra analizzava con lucidità dati economici e dinamiche di mercato. Mi ha colpito la naturalezza con cui riusciva a tenere insieme il mondo spirituale e quello materiale, senza vedere alcuna contraddizione tra i due. Forse anche questo è Israele.

Terminata la funzione, uscendo dalla sinagoga, mi sono trovato davanti a una scena che racconta forse meglio di qualsiasi analisi la complessità di Israele. A pochi metri dall’ingresso del tempio si trova il ristorante di un mio amico d’infanzia. Non è un ristorante kasher, e durante lo Shabbat rimane aperto. Dentro si mangia, si fuma, si ride e si lavora. Poco più in là, invece, le persone appena uscite dalla sinagoga si avviano verso casa. Conosco questo amico da moltissimi anni e c’è una cosa che ho sempre apprezzato di lui. Pur vivendo l’ebraismo in modo diverso da chi frequenta regolarmente la sinagoga, non ha mai perso il senso della solidarietà e dell’attenzione verso gli altri. Nel suo ristorante non era raro vedere persone in difficoltà accolte con generosità, aiutate con discrezione e trattate con rispetto. Anche questo, penso, è un modo di vivere i valori ebraici. Tra questi due mondi ci sono anche i miei amici romani che discutono su come trascorrere quella splendida giornata di sole. Qualcuno andrà al mare, qualcun altro resterà in famiglia, altri ancora continueranno a festeggiare. Mi colpisce questo apparente paradosso. Da una parte la sinagoga piena di persone che pregano. Dall’altra un ristorante aperto durante lo Shabbat. Entrambi frequentati da amici. Entrambi parte della stessa realtà. Eppure nessuno sembra stupirsi. Ed è proprio questa una delle cose che più mi colpiscono ogni volta che torno in Israele. Molti, osservando Israele dall’esterno, immaginano un Paese uniforme, dove tutti vivono nello stesso modo e pensano allo stesso modo. La realtà è molto diversa.

Israele è un mosaico. Ci sono ebrei ortodossi che osservano rigorosamente lo Shabbat. Ci sono famiglie tradizionali che vanno in sinagoga e poi si riuniscono a tavola. Ci sono laici che trascorrono la giornata al mare, nei caffè o con gli amici. Ci sono persone che dedicano il giorno alla preghiera e altre che lo vivono attraverso il riposo, lo sport o il tempo libero. Il pomeriggio, sul lungomare di Tel Aviv, si vedono famiglie passeggiare, giovani che praticano sport, gruppi di amici che si incontrano, bambini che giocano sulla spiaggia. In alcune piazze si formano persino gruppi che danzano le tradizionali danze popolari israeliane davanti al mare. Anche questo è Shabbat. Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più sorprendenti di Israele: la capacità di accogliere modi diversi di vivere lo stesso giorno. C’è chi dedica lo Shabbat alla preghiera e allo studio, chi alla famiglia, chi al riposo, chi al mare e chi agli amici. Ognuno lo vive a modo proprio. Eppure, nonostante queste differenze, esiste un filo invisibile che continua a tenere insieme il Paese. Forse è proprio questa la forza di Israele. Non l’assenza delle differenze, ma la capacità di contenerle.

Camminando tra la sinagoga e il ristorante del mio amico d’infanzia, osservando persone molto diverse tra loro condividere gli stessi spazi, mi sono reso conto che lo Shabbat a Tel Aviv racconta qualcosa di profondo sull’identità israeliana. Non esiste un solo modo di essere israeliani. Esistono molti modi diversi. E forse il segreto di Israele è proprio questo: non l’uniformità, ma la capacità di far convivere differenze profonde all’interno di una stessa storia, continuando, nonostante tutto, a scegliere la vita.

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