“Sionismo e nazismo, facce della stessa medaglia”. Il libro esposto in bella vista alla stazione di Milano

di Piergabriele Mancuso - 18 Aprile 2026 alle 08:13

Partiamo da un assunto di base, penso universalmente condivisibile, cioè che negli ultimi tre anni i sentimenti di avversione antiebraica sono aumentati in maniera esponenziale. Gli attacchi alle persone, alle istituzioni ebraiche sono solo le epifanie più evidenti di un fenomeno che ha attecchito in ogni ambito del vivere civile, dal mondo delle professioni, nell’informazione, per arrivare al dibattitto culturale con tanto di pseudo-teologi e tuttologi che – senza tanta ritrosia o senso della vergogna – hanno riscoperto i vecchi arnesi dell’antiebraismo militante, con tanto di dita inquisitorie nei confronti della perfidia ebraica. L’editoria nostrana – in crisi e comprensibilmente pronta a montare ogni cavallo – ha prodotto un eccezionale cascame di scritti, definibili libri solo sulla base della forma esteriore, dove tutto ciò che fino a qualche anno fa si pensava fosse l’ultima schiatta di sparuti nostalgici e suprematisti da garage, oggi viene declamato e affermato senza il minimo senso della vergogna, un arcobaleno fatto di oscenità ideologiche e latrati antisemiti che, assommando tutti i colori, parte dall’estrema destra per arrivare all’estrema sinistra, senza soluzione – si diceva un tempo – di continuità.

Non fa specie – ma l’incredulità rimane – se tra gli scaffali di una delle principali catene di librerie d’Italia, quella che vantava un surplus di moralità, nel cuore della principale stazione di Milano, ci si imbatte, messo in bella vista tra le primizie selezionate, in un pamphlet a dir poco delirante, Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia, la rielaborazione di una tesi di laurea tacciata di essere antisemita ma rivelatasi poi “solo antisionista”, edita da Sensibili alle foglie, la casa editrice dal nome fatato, tutto arcadia e tridentini mazzariol, i folletti rossi. Leggere il testo costa fatica, ma in fondo vale la pena, perché aiuta a capire come la bestia antiebraica si sia trasformata, cambiando il pelo, forse, ma certo non il proverbiale vizio, divenendo una creatura smaliziata che punta l’indice contro un’intera “comunità religiosa” (per logica, quindi, tutti gli ebrei) per chiedere, retoricamente, come questa, vittima di un genocidio, l’abbia perpetrato a sua volta.

La risposta sta nella perfidia ebraica, non nel senso teologico, per quanto deteriore, di non fedele, ma di malignità. La “comunità religiosa” che ha anelato per duemila anni a un ritorno alla terra natìa, che ha guardato alla nascita dello Stato di Israele come “l’inizio della fioritura della nostra redenzione” sulle ceneri di sei milioni di morti, non sarebbe altro che epifania del proprio nemico: Golda, dunque, come Goebbles, e i bambini ebrei che con la kippah escono dalle sinagoghe come i membri della Hitlerjugend. Anche per i vecchi compagni il business è sacro, naturalmente, per cui non ci si fa tanti problemi a lucrare anche ricorrendo a queste perle. Ci si chiede cosa ne penserebbe Giangiacomo e perché alla festa del libro uno stand di (disgustosa) estrema destra dovrebbe chiudere, mentre in quest’angolo di progresssista e moralisissima Milano possano far bella mostra medaglie del genere.

Il grande archivio di Israele

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