Teocrazia iraniana contro democrazia: la guerra che l’Occidente rischia di perdere da solo
di Marco Del Monte - 22 Marzo 2026 alle 11:53
La guerra con l’Iran prosegue, e già dopo solo tre settimane le democrazie occidentali sono in fibrillazione (compresa quella americana). Tutti i mezzi di (dis)informazione danno l’alleanza Usa-Israele per sconfitta perché, avendo sbagliato i calcoli, ora non sa come uscirne. Lo scontro, in effetti, è impari perché mostra due democrazie contro una spietata dittatura che si difende da un’aggressione, mentre sappiamo che è tutto il contrario. Gli Usa e la Repubblica degli ayatollah hanno molti conti in sospeso fin dal 1979, più di duecento marines uccisi in Iraq, la questione degli ostaggi americani all’epoca di Jimmy Carter, vari attentati fino all’ultimo fallito contro Trump stesso. Israele vive sotto l’incubo dei missili fin dal 1979, ed è accerchiato da Hamas ed Hezbollah sostenuti dall’Iran.
Nonostante questo, la democrazia americana (tramite i suoi media più importanti) sembra tifare per l’insuccesso dell’operazione che non avrebbe dovuto nemmeno essere pensata. In più, gli Stati arabi sunniti, alleati degli Stati Uniti, stanno cominciando a lamentarsi dello scomodo alleato, di cui in precedenza hanno ricercato la protezione. Il problema, come si diceva all’inizio, sta nel fatto che la guerra appare come un maldestro tentativo di portare la democrazia in questo scacchiere dove nessun Paese invece (ad eccezione di Israele) ne vuole sentir parlare.
Per inquadrare meglio il problema, partiamo proprio dall’Iran dove, fino al 1979, regnava la dinastia dei Pahlavi. Contrariamente alle edulcorate narrazioni dell’Occidente, in Persia non c’era la democrazia, ma una monarchia assoluta laica. Le donne andavano al mare con succinti costumi e potevano guidare e studiare, ma le patrie galere erano piene di dissidenti, né più né meno di quelle degli ayatollah. L’ambito “stabilito” dalla guerra fredda era quello occidentale, mentre l’attuale Repubblica naviga in acque russo-cinesi, ma la vita del popolo non è cambiata di molto se non per il fatto che adesso le donne girano sotto il velo islamico e vanno al mare con il “burkini”.
Trump deve fare i conti non solo con il partito di opposizione (con il quale avrà un confronto elettorale a novembre, dove rischia di perdere il consenso del Congresso), ma anche con la sua cosiddetta base “MAGA”. Dall’altra parte c’è una teocrazia spietata fino all’inverosimile che segue pedissequamente l’indirizzo dei suoi testi sacri, perché considera americani e israeliani miscredenti e, come tali, da eliminare con tutti i mezzi, per cui non esita a bombardare le dittature sunnite del Golfo e Israele, non curandosi se sta colpendo civili o militari, e non si fa nessuno scrupolo se lancia bombe a grappolo sugli abitanti.
L’equivoco è a monte, perché in certi Paesi la democrazia non è nemmeno contemplata. Per quanto l’Arabia Saudita o gli Emirati possano essersi modernizzati o possano ricercare le comodità occidentali, restano sempre monarchie assolute o dittature; l’Iran porta all’eccesso questa filosofia, essendo una “Repubblica Islamica”, cioè addirittura una teocrazia. Trump e Netanyahu devono fare i conti con l’opinione pubblica e con gli altri partiti e, in più, Trump deve fare i conti con l’ultradestra antiebraica. E questo è il suo tallone d’Achille.
I morti in battaglia per l’Islam sono martiri, e l’assunto ebraico che si riassume nell’espressione “dor va dor” (generazione per generazione), per l’Islam non esiste, perché la generazione che è colpita da un evento rimane sempre quella che si deve vendicare; non va di padre in figlio, ma rimane sempre immutabilmente la stessa di “quel momento” e non muterà fino a che l’evento non sarà lavato col sangue dell’infedele. L’Islam non si arrende, perché nella sua filosofia non c’è la resurrezione, ma una vita che continua oltre il tempo e lo spazio. Da questo discende che della democrazia non sanno che farsene, tanto più quando è manifesto che i propri nemici vengono pugnalati alle spalle dagli alleati, come stiamo purtroppo vedendo con l’Iran e con gli Stati dell’Occidente europeo, che non hanno nessuna voglia di organizzare neanche un confronto di idee con quello che è, invece, il nemico di tutti.