Trauma e guarigione, personali e collettivi, del popolo ebraico

di David Gerbi - 9 Febbraio 2026 alle 07:37

«Molto spesso ho visto quanto facilmente alcuni individui superavano un problema nel quale altri fallivano completamente. Questo superamento”, come lo chiamai in passato, risultava — come mi rivelò la mia esperienza successiva — da un innalzamento del livello della coscienza. Quando cioè nellorizzonte del paziente compariva un interesse più elevato e più ampio, il problema insolubile perdeva tutta la sua urgenza grazie a questo ampliamento delle sue vedute. Non veniva dunque risolto in modo logico, per se stesso, ma sbiadiva di fronte a un nuovo e più forte orientamento dellesistenza. Non veniva rimosso o reso inconscio, ma appariva semplicemente sotto unaltra luce, e diventava così realmente diverso. Ciò che a un livello inferiore avrebbe dato adito ai conflitti più selvaggi e a paurose tempeste affettive, appariva ora, considerato dal livello più elevato della personalità, come un temporale nella valle visto dallalto della cima di un monte. Con ciò non si toglie alla bufera nulla della sua realtà, ma non le si sta più dentro, bensì al di sopra».

  1. G. Jung, Opere, vol. XIII

Nota editoriale

Il presente contributo nasce nella sua versione originaria come testo predisposto per un contesto congressuale scientifico internazionale dedicato al tema del trauma personale e collettivo. La versione qui pubblicata è diffusa in forma editoriale autonoma e aggiornata, con integrazioni documentali e riferimenti contestuali utili alla comprensione del quadro scientifico e culturale nel quale il lavoro è stato elaborato. La Redazione ha ritenuto di proporre il testo nella sua forma estesa, accompagnato da materiali di approfondimento, in ragione della rilevanza del tema trattato e del dibattito internazionale al quale esso si collega.

La Redazione

Nota dell’Autore

Il presente contributo è stato originariamente elaborato per un convegno internazionale previsto a Roma il 9 giugno 2024, successivamente cancellato.

È stato poi realizzato in occasione del convegno internazionale La civiltà violata. Trauma e guarigione”, svoltosi presso la Fondazione Einaudi, Roma, il 7 ottobre 2024.

Il testo era stato preparato e stampato per essere consegnato in un contesto scientifico internazionale. In vista del Congresso IAAP di Zurigo 2025, erano state predisposte copie destinate ai Presidenti delle Associazioni junghiane internazionali partecipanti.

Nonostante accordi intercorsi e successive richieste formali di restituzione, i fascicoli consegnati non sono stati riconsegnati allAutore e risultano ad oggi non reperibili dopo essere stati presi in carico dallorganizzazione congressuale.

Si è pertanto ritenuto opportuno procedere alla presente diffusione editoriale, affinché il lavoro scientifico possa essere accessibile ai lettori e alla comunità di riferimento.

Introduzione del Presidente Antonio Grassi

Siamo lieti di ospitare il contributo di David Gerbi, psicologo-analista junghiano, riconosciuto anche in ambito internazionale come fattivo portatore dei valori della pace e della integrazione tra i popoli.

 

Il Presidente del LIRPA

Prof. Antonio Grassi

 

Introduzione del Presidente Iris Elyakim-Meroz

In qualità di presidente della New Israeli Jungian Association, desidero esprimere profondo apprezzamento al nostro collega, David Gerbi, per la sua potente testimonianza. Il suo lavoro colma coraggiosamente il trauma personale del suo passato con la ferita collettiva riaperta il 7 ottobre.

La testimonianza di David serve come profonda incarnazione di un principio junghiano fondamentale: la necessità di mantenere la tensione degli opposti. Il nostro compito più difficile ed essenziale è quello di trovare la forza di affrontare il trauma e rivendicare il nostro diritto di esistere, mentre allo stesso tempo, e con uguale convinzione, lottiamo per la pace. Questo è il percorso verso la vera guarigione e completezza.

 

Presidente NIJA

Iris Elyakim-Meroz

 

Introduzione di David Gerbi

Questo fascicolo nasce dal mio vissuto personale, intrecciato a una storia collettiva più ampia. Il trauma non ha confini geografici né religiosi: ogni guerra lascia ferite in ogni popolo, in ogni famiglia, in ogni essere umano. Con questo contributo non voglio cancellare nessuna sofferenza, ma dare voce alla memoria e al dolore del mio popolo, troppo spesso ignorati o dimenticati.

Sono arrivato a Tel Aviv il 14 luglio 2025, dopo mesi di guerra, dopo giorni in cui l’aeroporto era rimasto chiuso. Ho trovato i voli ripristinati, la vita che riprendeva, l’energia di un Paese che non si arrende.

Sono venuto per un motivo intimo e profondo: onorare l’anniversario di mia madre, sepolta a Gerusalemme. Ogni passo in questa terra è memoria, radice, presenza.

Sono felice di essere tornato proprio adesso, in un momento difficile, ma con la consapevolezza che la vita continua. Con tutte le sue ferite, ma anche con tutta la sua forza.

Sento più che mai che Dio abita questa terra, che il filo con le nostre radici millenarie — in cielo e in terra — non si spezza mai. E ogni ritorno qui è sempre, profondamente, un ritorno a noi stessi.

Sono particolarmente grato che i miei genitori e i miei nonni paterni e materni siano sepolti qui, in Israele, in una terra che custodisce la memoria dei padri. Mentre in Libia, dove sono nato, i cimiteri ebraici sono stati profanati e distrutti, qui la nostra presenza vive e resiste nel tempo.

Sono pieno di ammirazione verso il popolo di Israele e tutti gli israeliani che, nonostante guerre e disastri, continuano a lottare per la loro esistenza e quella delle loro famiglie, difendendo con coraggio la propria indipendenza e cercando sempre, con fede e determinazione, la via della pace e della coesistenza nel Medio Oriente. Ho fratelli, sorelle, parenti, amici, nipoti e colleghi psicologi e psicoanalisti che vivono qui. Mi hanno raccontato il trauma vissuto durante questa guerra: le corse nei rifugi, la paura dei bombardamenti, le difficoltà quotidiane. E molti di loro, pur essendo loro stessi traumatizzati, continuano con grande dignità a sostenere le persone, aiutando un intero popolo che porta ancora ferite aperte.

Il mio cuore è con loro. La mia solidarietà è con loro. E la mia preghiera è per la loro sicurezza, per la pace e per la vita.

Prego il Signore affinché gli Accordi di Abramo possano portare una pace vera e duratura in tutta la regione, per il bene di Israele, dei suoi vicini e di tutta l’umanità.

Il dolore di questa guerra non si ferma a un solo popolo. È una tragedia anche per tanti civili innocenti che stanno soffrendo a Gaza. Mi addolora profondamente vedere bambini, donne, anziani trascinati nel baratro da decisioni e ideologie che li usano come scudi umani e carne da macello. La mia voce nasce dal mio vissuto ebraico e da ciò che vivo in Israele, ma il mio cuore non può non soffrire anche per ogni vita innocente spezzata. Se gli ostaggi fossero stati restituiti, questa guerra non sarebbe esplosa. Preghiamo tutti per una pace vera, che protegga la vita e la dignità di ogni essere umano, e che metta fine all’odio alimentato da chi nega l’esistenza stessa di Israele.

Questa guerra non ha ferito solo Israele ma ha scatenato una ondata di antisemitismo senza precedenti anche nella diaspora: in Italia, a Roma dove vivo, in Europa, negli Stati Uniti e in molti Paesi del mondo. Rapporti personali si sono incrinati o spezzati, amici sono diventati accusatori, e l’ebreo è tornato a essere visto come colpevole per ogni male. Essere ebreo, amare il popolo ebraico, amare Israele è diventato un bersaglio di accuse infami, travestite da cause umanitarie. Ma io non rinnego nulla. Io sono fiero del mio ebraismo, della mia identità, del mio popolo. Questa è la terra dei padri, il cuore vivo della nostra storia. Credo nella resurrezione dei morti, credo nella venuta del Messia, credo nella ricostruzione del Terzo Tempio di Gerusalemme. È qui che si concluderà la storia ebraica e da qui si eleverà una nuova luce. Per questo ho scelto di essere sepolto al Monte degli Olivi, da dove inizierà la resurrezione.

Questa voce è la mia voce: chiara, senza vergogna, senza compromessi. 

Con radici in questa terra e lo sguardo rivolto al futuro. 

IO AMO ISRAELE. IO AMO LA PACE!

David Gerbi

 

INDICE

Trauma e guarigione, personali e collettivi, del popolo ebraico

David Gerbi

Il violento pogrom del 7 ottobre è stato un nuovo trauma nella storia del popolo ebraico. Non si era verificato dal 1948, con la nascita dello Stato di Israele, un massacro di civili ebrei di tale portata, sia in termini di numeri che di crudeltà. Per coloro che se ne fossero già dimenticati, vorrei ricordare che, in un solo giorno, l’organizzazione terroristica Hamas ha massacrato milleduecento persone innocenti e indifese, israeliani e stranieri, ebrei, cristiani e musulmani. Intere famiglie sono state devastate, le donne sono state ripetutamente violentate, i bambini sono stati bruciati e i giovani che partecipavano a un festival, che celebrava la vita, la pace e l’amore, sono stati falciati dalle mitragliatrici. Duecento quaranta persone sono state prese in ostaggio, fatte sfilare come trofei per le strade di Gaza tra gli applausi della folla. Persino i corpi senza vita sono stati colpiti e profanati.

La solidarietà della comunità internazionale con Israele è durata poco. Nel momento in cui Israele ha agito per neutralizzare Hamas, che ha continuato a lanciare missili e si è rifiutato di liberare gli ostaggi, è stato dai più condannato.

Hamas ha iniziato la guerra con il massacro del 7 ottobre, pienamente consapevole che avrebbe provocato una reazione israeliana. In un’inaccettabile inversione della realtà, il mondo ha giudicato Israele come l’aggressore e i palestinesi come le vittime.

A seguito di ciò, alimentato dalla propaganda antisemita, è stato scatenato un pogrom mediatico a livello globale, che si è riversato nelle strade e nelle università, portando a boicottaggi di conferenze scientifiche, mostre d’arte ed eventi musicali e sportivi, tutti volti a delegittimare l’esistenza stessa dello Stato di Israele.

Non è stato difficile accendere questo odio perché, per secoli, esso ha covato sotto la superficie, sempre pronto a riemergere. Noi ebrei siamo accettati solo nel ruolo di vittime e se rispondiamo all’aggressione, siamo condannati. Siamo le uniche persone a cui è stato negato il diritto di difendersi perché il mondo odia l’ebreo che combatte; preferisce l’ebreo che soffre. Ci viene negata la possibilità di liberarci di questo ruolo di vittime; dobbiamo esigere il riconoscimento del nostro diritto all’esistenza e all’autodifesa. Ogni ebreo deve avere il diritto di vivere in sicurezza, in Israele come in qualsiasi altra parte del mondo. Oggi, a coloro che desiderano la nostra morte, rispondono le parole di Golda Meir: “Preferisco la vostra condanna alle vostre condoglianze”.

1 Il presente contributo è stato originariamente elaborato in occasione del convegno internazionale “La civiltà violata. Trauma e guarigione”, Fondazione Einaudi, Roma, 7 ottobre 2024.

Sono consapevole che tutto ciò che sta accadendo porta lutto e sofferenza sia al popolo israeliano che a quello palestinese. Provo grande dolore per i palestinesi. Porre fine alla guerra sarebbe semplice: liberare gli ostaggi e smettere di lanciare missili. L’ideologia di Hamas, tuttavia, invoca il martirio e non dà valore alla vita, seminando odio e considerando il sacrificio delle vite palestinesi come necessario per raggiungere il suo unico obiettivo: la distruzione dello Stato di Israele. La sua strategia di comunicazione si è dimostrata straordinariamente efficace; sono riusciti a trasformare, nell’immaginario collettivo, terroristi assetati di sangue in celebrati rivoluzionari, che vengono emulati come martiri per la libertà, solo perché il loro nemico è Israele, l’ebreo per eccellenza.

Il problema dell’odio antiebraico collettivo e archetipico resta irrisolto. Nessun altro conflitto al mondo viene esaminato con la stessa attenzione riservata a questo; la sofferenza di altri popoli non viene affrontata con la stessa empatia mostrata verso il popolo palestinese. Nel frattempo, ci si dimentica opportunamente che Hamas ha utilizzato fondi destinati al benessere del popolo palestinese per costruire una vasta rete di tunnel sotterranei e per acquistare missili e altre armi, usando scuole e ospedali come depositi di armi con la complicità dell’UNRWA, usando civili innocenti come scudi umani e sopprimendo con la morte ogni voce dissidente sotto il suo regime dittatoriale. L’obiettivo di Hamas non è quello di portare felicità e prosperità al popolo palestinese, ma di distruggere Israele. Con una migliore leadership, Gaza sarebbe diventata un altro gioiello del Mediterraneo; una piccola ma fiorente enclave con un futuro promettente. Invece, la vista delle rovine di Gaza e degli innocenti morti palestinesi mi addolora. Le masse di israeliani e palestinesi sfollati che non possono tornare alle loro case e che vivono con paura e incertezza sul futuro mi turbano e mi rattristano.

Dal 7 ottobre, sentimenti di dolore, angoscia, shock e impotenza sono comuni tra gli ebrei ovunque. Ognuno di noi sperimenta queste emozioni in modi diversi, a seconda della nostra storia personale.

Sono uno degli ottocentomila rifugiati ebrei provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente: Siria, Libano, Egitto, Tunisia, Marocco, Algeria, Yemen, Afghanistan, Iran, Iraq e Libia. In questi paesi musulmani, vivevamo sotto la legge della Sharia come dhimmi, cittadini di seconda classe, costretti a fuggire per salvarci la vita quando gli ebrei osavano difendersi e affermarsi sulla scena internazionale. Nessuno è sceso in piazza o nelle università per difenderci. Noi rifugiati ebrei non abbiamo ricevuto alcun sostegno o aiuto da nessuna organizzazione delle Nazioni Unite, a differenza dei rifugiati palestinesi, per i quali è stata creata specificamente l’UNRWA. Siamo “i rifugiati” perché non abbiamo fatto abbastanza rumore. Non abbiamo urlato le nostre lamentele. Non siamo diventati terroristi perché non è nella nostra natura. Al contrario, abbiamo investito tempo ed energia nello sforzo di ricostruire le nostre vite onestamente, contribuendo allo sviluppo dei pochi paesi che ci hanno accolto.

Ma questo è il momento di far sentire la nostra voce. Pochissimi conoscono la nostra storia fatta di persecuzioni, fughe ed esilio, la nostra sofferenza, la nostra dura lotta in salita per ricostruire nuove vite in nuovi paesi. Eravamo apolidi, privati della dignità e dei nostri beni. Mentre il mondo si lamentava del destino dei palestinesi, nessuno si è preoccupato di raccontare le nostre storie o di riflettere sugli abusi e sui traumi che abbiamo subito.

Sono arrivato a Roma nel 1967 e sono grato all’Italia, che ha accolto la nostra comunità di cinquemila rifugiati ebrei libici. Oggi sono un cittadino italiano; sono cresciuto in un clima di libertà e democrazia, ho lavorato fin dall’età di dodici anni e ho studiato per diventare psicoanalista, riuscendo finalmente anche a guarire il mio trauma personale di rifugiato. Eppure, negli ultimi mesi, ho assistito ancora una volta, in Italia come a Tripoli nel 1967, a dimostranti arabi che urlavano con lo stesso odio, “Edbah El Jahud” – massacriamo gli ebrei… Ero costernato. Come posso essere ancora una volta testimone e vittima dell’odio arabo in un paese democratico come l’Italia? Com’è possibile?

Il mio trauma latente della rivolta antiebraica che ho vissuto da dodicenne in Libia riaffiora all’improvviso. Il ricordo è piuttosto vivido.

È il 5 giugno 1967; è scoppiata la guerra tra Israele e i paesi arabi. Sento le urla della folla infuriata che passa sotto casa nostra: Edbah El Jahud – massacrare l’ebreo, massacrare l’ebreo. Ci stiamo nascondendo, in assoluto silenzio per non essere scoperti. Sei bambini e i nostri genitori, soli, persiane chiuse, caldo soffocante, pochissimo cibo: 40 giorni e 40 notti. Rivivo il terrore di essere uccisi, come purtroppo è accaduto a molti ebrei che non sono riusciti a tornare a casa prima che iniziasse il pogrom. Mi tornano in mente le immagini delle case e dei negozi degli ebrei incendiati. Ricordo il fumo che riempiva le strade: vedo la scena del fumo attraverso le persiane e sento l’odore soffocante dell’edificio in fiamme di fronte a casa nostra. Rivedo i volti dei miei genitori: calmi verso noi bambini ma pieni di angoscia, paura, impotenza e fede in Dio.

Dopo giorni di interminabili ansia e incertezza, ci è stata concessa la salvezza: una rapida fuga, con una valigia e 20 sterline a famiglia. Abbiamo dovuto lasciare la nostra patria, i nostri beni, i nostri cimiteri, che sono stati poi profanati dalla costruzione di autostrade; cimiteri dove sono sepolte anche le vittime dei pogrom del 1945, 1948, 1967.

Esattamente come il 7 ottobre: case bruciate, uomini, donne e bambini massacrati, donne incinte sventrate. Centonovantatre morti, compresi i miei parenti. Le radici di questo conflitto mi sono fin troppo familiari: un’ideologia che, per generazioni, ha cercato di opprimere, emarginare ed eliminare la minoranza ebraica in Medio Oriente e Nord Africa. L’attuale violenza perpetrata da Hamas è l’ultima manifestazione di questa ideologia fanatica, estremista e terroristica.

Dal 7 ottobre 2023 la mia vita è ancora una volta cambiata; il mio sonno non è più tranquillo come prima e il mio subconscio si afferma ancora di più attraverso i sogni.

Il 19 febbraio 2024 ho fatto un sogno. Nel sogno, è apparsa una sola frase in inglese: “Noi odiamo gli ebrei. Io sono ebreo, perché mi odi?” Mi sono svegliato inzuppato di sudore, con la domanda che pulsava nelle mie tempie: perché gli ebrei sono stati odiati, perseguitati, espulsi, uccisi e umiliati in ogni epoca? Prima i faraoni, poi i babilonesi, poi i romani. Le truppe di Tito saccheggiarono e distrussero il Secondo Tempio di Gerusalemme.

Si può ancora vedere, scolpita sull’arco di Tito, la sacra menorah portata a Roma sulle spalle dagli ebrei sconfitti. La distruzione del Secondo Tempio nel 70 d.C. segnò l’inizio della diaspora, la dispersione di un popolo senza patria, che viveva in balia dei capricci dei governanti, esuli che per duemila anni hanno rivolto le loro preghiere verso Gerusalemme, verso il Tempio che era e rimane il luogo più sacro per l’ebraismo, nonostante il fatto che solo il Muro Occidentale, il Muro del Pianto, rimanga. Duemila anni di espulsioni e persecuzioni, accuse e pogrom, tutti basati su bugie sull’uccisione di Cristo e l’avvelenamento dei pozzi, gli ebrei vissuti come usurai avidi, cercatori di potere, assassini di bambini. Gli ebrei sono sempre stati demonizzati, esclusi e perseguitati. Noi siamo “l’altro” per eccellenza. Questo odio secolare verso gli ebrei culminò nell’Olocausto, lasciando sei milioni di morti e intere comunità perse per sempre.

L’elenco delle persecuzioni, espulsioni e stermini è incredibilmente lungo, anche se nonostante tutto, i sopravvissuti sono sempre riusciti a rinascere. Ma un passato così doloroso ha lasciato ferite profondamente radicate nell’inconscio collettivo ebraico. In risposta alla tragedia del 7 ottobre, ho trovato conforto nel canto della Pasqua ebraica, che ricorda la liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto: Veisheamda — “In ogni generazione, ci sono quelli che si ribellano contro di noi per distruggerci, e Dio ci salva dalle loro mani”. Grazie alla promessa che Dio ha fatto ad Abramo.

Sfortunatamente, le vittime di guerre e persecuzioni sono spesso paralizzate dal trauma, si sentono costantemente in pericolo e incapaci di reagire, paralizzate dalla paura. Ho lottato con l’eredità del mio doloroso passato per trovare risposte… Come ha detto Jung: “Superiamo solo ciò che affrontiamo”. Possiamo voltare le spalle a ciò che abbiamo ereditato o affrontarlo, sperando di andare avanti e impedire che quel trauma venga trasmesso alle generazioni future, causando loro dolore.

Ho deciso di abbandonare il ruolo di vittima. Ho preso questa decisione dopo aver rivissuto il mio trauma per la prima volta. L’11 settembre 2001, guardando le Torri Gemelle avvolte nel fumo, mi sentii debole: il fumo mi ricordava le case in fiamme di fronte alla mia nel 1967. Quel dolore immenso mi spinse a cercare un luogo lontano in cui ritirarmi, per trovare ispirazione e pace. Non potevo più permettermi di restare in silenzio. Dovevo raccontare la mia storia perché non c’è agonia più grande che portare dentro di sé una storia dolorosa e non raccontata.

A Esalen, in California, scrivevo ogni giorno in riva all’oceano, liberandomi gradualmente dai miei fardelli, trovando il coraggio di liberarmi dalla nostra antica e radicata cultura del silenzio. Così nacque il mio libro Costruttori di pace: storia di un ebreo profugo dalla Libia. A Zurigo, al mio primo convegno IAAP, nel 1995, incontrai una collega che, dopo aver ascoltato la mia storia, mi raccontò di un posto in California, l’Esalen Institute, poi più tardi in un viaggio antropologico in Amazzonia in Venezuela, incontrai una nuova amica che mi raccontò di Esalen, poi ancora un’amica di Los Angeles mi raccontò dello stesso posto. Poi ho fatto un sogno su un grande orso, ho chiamato l’istituto e ho chiesto dell’istituto e mi hanno parlato del workshop di nativi indiani “la medicina dell’orso”. Credendo nella sincronicità e che tutto provenga da DIO, ho deciso di andarci per la prima volta nel 1995, poi ho continuato ogni anno. Finché non ho capito che avrei dovuto andarci per un workshop di scrittura (non ero uno scrittore fino ad allora) e soggiornare in un posto vicino per scrittori, il Growing Edge, dove è nato il mio libro e anche l’intenzione di tornare in Libia come ho fatto esattamente un anno dopo. Dopo aver completato il mio libro, ho immaginato che la sofferenza delle persecuzioni, delle guerre e delle paure non mi avrebbe più toccato. Mi sbagliavo.

Con grande amarezza e disorientamento, ho scoperto con mio dolore che l’antisemitismo non solo è riemerso ma, come un virus, si sta diffondendo ovunque, anche tra i miei colleghi psicoanalisti italiani. Ho risposto alla strage del 7 ottobre lavorando a un progetto scientifico tra Italia e Israele e sono stato incaricato di organizzare un convegno su trauma e guarigione a Roma, programmato per il 9 giugno 2024. Dopo ripetuti viaggi in Israele (a mie spese) e mesi di lavoro collaborativo, con il programma già concordato tra psicoanalisti israeliani del NIJA (New Israel Junghian Association) e psicoanalisti italiani dell’AIPA (Italian Association Analytical Psychology) e dell’ARPA Association Research Analytical Psychology, i miei colleghi italiani hanno annullato il convegno all’ultimo momento a causa della scomoda e pericolosa presenza di ebrei e israeliani, rimandandolo a data da destinarsi, senza fissare né un incontro di follow-up con me né una data specifica futura per il convegno. Ringrazio, viceversa, personalmente e a nome dell’Associazione degli Analisti Israeliani il LIRPA (Laboratorio Italiano di Ricerche in Psicologia Analitica) che ha supportato fattivamente, culturalmente e spiritualmente l’iniziativa del convegno presso la fondazione Einaudi sul trauma, che si è comunque tenuto successivamente. Non posso che testimoniarne il comportamento coerente con il principio della integrazione degli opposti non solo sul piano individuale, ma anche collettivo tra i vari popoli.

I miei colleghi israeliani sono rimasti sbalorditi da questo capovolgimento. Questa decisione è stata particolarmente scoraggiante, considerato che i fondatori dell’AIPA, Ernst Bernhard e Gianfranco Tedeschi, erano ebrei. Oggi, l’AIPA ha un solo membro ebreo, Alessia Anticoli, che, entusiasta dell’iniziativa, ma si è profondamente addolorata quando ha scoperto perché la conferenza era stata annullata. Alessia Anticoli è stata molto utile nell’arginare l’antisemitismo nello Jung Institute e mi ha supportato nella creazione della nuova convention. Anche la mia collega Barbara Cerminara, un’ebrea italiana che vive nel Regno Unito e discendente di vittime dell’Olocausto, era molto scossa ed è stata molto utile anche nel supportarmi nell’organizzazione della nuova convention. Ho proposto di chiarire e spiegare ai miei colleghi che non si trattava di supportare la linea del governo politico e militare israeliano, ma di discutere di traumi e guarigione. Dopo la dichiarazione— “non è stata annullata, solo posticipata” — non ho ricevuto alcuna risposta fino ad oggi.

Qual è la logica in gioco qui? Non certo quella auspicata da C. G. Jung, che ha fondato tutto il suo pensiero psicologico analitico sulla sintesi e il superamento degli opposti. La teoria degli opposti dello psicoanalista svizzero si fonda sul principio dell’inclusione ed il superamento degli opposti. Mi chiedo: può l’antisemitismo prevalere a scapito di un dibattito scientifico, a discapito della ricerca e del progresso? Ma noi siamo abituati ad andare avanti, e questa giornata — nella prestigiosa sede della Fondazione Einaudi, con le istituzioni che vi hanno aderito e i relatori che ci hanno onorato della loro presenza — è la prova concreta di ciò. Continueremo a considerare la cultura e la ricerca come un luogo di dialogo, dibattito e pacificazione.

Sono un Boneh Shalom, un costruttore di pace, e credo che sia essenziale tenere sempre aperta la porta al dialogo, al rispetto delle diverse etnie, religioni e identità, soprattutto per il bene delle generazioni future. A coloro che desiderano una coesistenza pacifica, rispondo come disse Ben Gurion: “Chi non crede nei miracoli non è un realista”.

Alla luce della storia del Medio Oriente a datare dal 1948 ad oggi, gli Accordi di Abramo del 15 settembre 2020, firmati da Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, seguiti da Marocco e Sudan, rappresentano un gentile miracolo già realizzato. Permettetemi di leggere la dichiarazione di apertura. Si legge: “Noi sottoscritti riconosciamo l’importanza di mantenere e rafforzare la pace in Medio Oriente e nel mondo intero sulla base della comprensione reciproca e della coesistenza, nonché del rispetto della dignità umana e della libertà, inclusa la libertà religiosa…” Questa dichiarazione ci riempie di speranza, un grande passo verso la normalizzazione delle relazioni tra Israele e i paesi arabi. Quattro anni dopo, gli Accordi di Abramo rappresentano ancora un faro di speranza per la stabilità in Medio Oriente. Tutti speriamo nella fine delle ostilità, nella fine della sofferenza e nella ripresa degli sforzi diplomatici verso una coesistenza pacifica e fruttuosa tra due stati, lo Stato di Israele e la Palestina. È da qui che può nascere una vera prospettiva di pace e convivenza per il Medio Oriente e Nord Africa. Ciò che oggi sembra un’utopia potrebbe diventare realtà domani. Questo è il mio impegno come ebreo nato in un paese arabo, stanco di guerre, vendette e recriminazioni. Il sogno di un ex rifugiato, diventato al di là della sua stessa volontà, un combattente per la difesa della libertà, della democrazia e dei diritti umani. Mi sento Junghiano proprio in ossequio alla progettualità dell’inclusione in luogo della scissione e della conseguente persecuzione. Concludo allora con un detto dei nostri saggi della Tora: “Chi è la persona più forte? Colui che trasforma il suo nemico in un amico.”

!ﻲﺗﺎﯿﺤﺗ! םוֹלָשׁ Pace! Peace! Paix! Frieden! ¡Paz! Paz! МИР! 平安

David Gerbi

Dal trauma all’identità abitata

Il trauma non colpisce solo il corpo o la psiche.

Colpisce l’identità: ciò che permette a un individuo o a un popolo di dirsi “io sono”.

Quando un evento traumatico colpisce un individuo o un popolo, ciò che viene incrinato non è soltanto la sicurezza, ma il senso stesso di chi si è, di dove si appartiene, di quale posto si occupa nel mondo.

Nel caso del popolo ebraico, il trauma non è un episodio isolato ma una continuità storica. Pogrom, espulsioni, esilio, Shoah, guerre, antisemitismo riemergente: ogni generazione eredita una ferita che non ha avuto il tempo di cicatrizzarsi del tutto. Il 7 ottobre ha riattivato questa memoria profonda, non solo come fatto storico, ma come esperienza psichica collettiva.

Quando il trauma non viene riconosciuto, l’identità si scinde.

Una parte resta ancorata alla sopravvivenza, alla vigilanza, alla paura; un’altra tenta di adattarsi, di mimetizzarsi, di essere accettata. In questa frattura nasce una tensione insostenibile: per essere accolti, si chiede agli ebrei di rinunciare a una parte di sé — alla propria storia, al legame con Israele, alla legittimità della propria difesa. L’identità diventa allora condizionata, negoziabile, sotto processo.

Ma non esiste guarigione senza integrazione.

Come insegna la psicologia analitica junghiana, la via non è la rimozione del trauma né la sua perpetua riattivazione, ma la capacità di abitare la tensione degli opposti: memoria e futuro, dolore e dignità, appartenenza e apertura, identità e dialogo.

Guarire non significa dimenticare.

Significa poter dire: io sono questo, senza vergogna e senza aggressività.

Significa riconoscere il proprio trauma senza farne l’unica definizione di sé.

Significa smettere di chiedere permesso per esistere.

In questo senso, l’antisemitismo contemporaneo non è solo odio politico o ideologico: è un attacco all’identità incarnata. Colpisce il diritto di un popolo di nominarsi, di ricordare, di difendersi, di vivere nella propria complessità senza essere ridotto a simbolo o caricatura.

Il percorso dalla sofferenza alla guarigione passa dunque attraverso l’identità abitata: un’identità che non si difende negando l’altro, ma che non si dissolve per essere accettata. Un’identità che tiene insieme radici e responsabilità, memoria e vita, fedeltà e apertura.

Questa è la posta in gioco oggi.

Non solo per il popolo ebraico, ma per ogni individuo e ogni comunità chiamati a non rinnegare se stessi per sopravvivere.

La guarigione autentica nasce quando il trauma trova parola, e l’identità trova casa.

Identità culturali: dal conflitto all’integrazione

Storia di una multi-identità che ha attraversato la scissione per diventare abitata.

Parlare di identità culturale, per me, non è mai stato un esercizio teorico. È qualcosa che mi accompagna fin dalla nascita, perché la mia vita è stata, fin dall’inizio, attraversata da più appartenenze, lingue, religioni e tradizioni.

Sono cresciuto in Libia e vi ho vissuto fino all’età di dodici anni. Sono quindi libico di nascita.

Ho imparato la lingua araba, i sapori e i cibi della tradizione ebraico-libica. Ogni giorno, cinque volte al giorno, ascoltavo le preghiere dei musulmani libici risuonare nell’aria: era una parte naturale del mio mondo culturale e sensoriale.

Così come lo era il sabato, quando andavo con mio padre e i miei fratelli in sinagoga a pregare e ad ascoltare le liturgie ebraiche, o la domenica, giorno di riposo dei cristiani, quando le campane della cattedrale scandivano il tempo.

Ricordo i musulmani vestiti con grande eleganza il venerdì, mentre andavano in moschea e poi a passeggio. Ricordo noi ebrei, curati allo stesso modo, quando andavamo in sinagoga, e i cristiani, elegantissimi, che accompagnavano i loro figli in chiesa. Sono cresciuto dentro queste identità culturali plurali. Per me, questa era la normalità.

Questa pluralità si esprimeva anche attraverso la cucina: quella ebraico-libica, quella libica e quella italiana. Amavo tutti e tre questi mondi culinari, con i loro odori, sapori e colori. La multi-identità non è mai stata, per me, una minaccia, ma una ricchezza. Lo stesso vale per le lingue: da bambino ho imparato l’italiano, l’arabo, l’ebraico e l’inglese, anche grazie alla presenza delle basi americane legate alle compagnie petrolifere.

In seguito, per ottenere la cittadinanza spagnola, ho studiato lo spagnolo. Mia madre, nata in Tunisia, parlava francese, e così ho imparato anche il francese. Persino il mio cognome, Gerbi, rimanda all’isola di Djerba, a sua volta segnata dalla storia coloniale francese. La mia identità culturale si è formata così: per stratificazioni, non per esclusioni.

Accanto a questa pluralità, però, c’era una componente centrale e strutturante: l’identità ebraica. In casa si mangiava esclusivamente kasher, si seguivano i rituali, le preghiere e le liturgie ebraiche. Vivevamo in un quartiere ebraico, ma gli usi e i costumi erano profondamente intrecciati con quelli libici. Anche l’abito tradizionale dei miei antenati era lo stesso dei libici: non c’era una separazione netta, bensì una continuità culturale vissuta quotidianamente.

A questa doppia appartenenza se ne aggiunse una terza: quella italiana. La Libia era stata colonia italiana e io frequentai le scuole italiane. In classe convivevano musulmani, cristiani ed ebrei. Alle elementari e alle medie, tre religioni condividevano lo stesso spazio educativo.

L’identità religiosa faceva parte dell’identità culturale, ma non era ancora una linea di frattura.

Sono cresciuto così fino al 1967. Ricordo come il calendario religioso fosse allora un fattore di equilibrio: il venerdì per i musulmani, il sabato per gli ebrei, la domenica per i cristiani. Si studiava e si lavorava quattro giorni alla settimana. In quel contesto, la religione univa più di quanto dividesse.

C’è però una quarta identità culturale che mi abita profondamente: quella dell’ebreo sefardita. Sefarad, in ebraico, significa Spagna. Nel 1492 i miei antenati furono costretti alasciare la Spagna a causa dell’Inquisizione. Da allora, la storia sefardita è una storia di esilio, adattamento e trasmissione culturale. Molti usi, costumi e tradizioni sefardite hanno attraversato secoli e Paesi fino a giungere dentro di me.

Dentro di me convivono dunque più identità culturali — libica, italiana, ebraica, sefardita, israeliana — tutte abbracciate dal Mediterraneo. Mi sono sempre percepito come un uomo mediterraneo, al punto che una trasmissione Rai, Mediterraneo, dopo i miei viaggi e il mio impegno per la pace, mi definì proprio così: un uomo mediterraneo.

Tuttavia, questa pluralità non è sempre stata armonica. A lungo ho vissuto le mie identità come parti in conflitto. Ricordo un sogno del 2002: il mio corpo era come una marionetta, trafitta da tre frecce — Israele, Libia, Italia — che sanguinavano. Era il sogno   un’identità culturale lacerata, tirata da appartenenze vissute come incompatibili.

Negli anni successivi ho attraversato molte altre identità: quella del cittadino di seconda classe, del dhimmi; quella del profugo e del rifugiato delle Nazioni Unite; quella dell’esiliato costretto a ricominciare da zero. A queste si sono aggiunte identità sociali e professionali: il self-made man, i lavori umili, l’imprenditore, lo studioso, lo scrittore. Molte identità, molte appartenenze, non sempre integrate.

Il passaggio decisivo è avvenuto grazie a un lungo lavoro analitico e, soprattutto, grazie aisogni. I sogni hanno funzionato come un luogo simbolico di integrazione culturale. Dopo il sogno delle frecce, ne ebbi un altro: il mio corpo era diventato il mondo, un corpo geografico fatto di continenti e oceani. Più tardi, incontrando l’astronauta Edgar Mitchell e ascoltando il suo racconto della Terra vista dalla Luna, compresi che stavo toccando un’identità più ampia, universale, umana.

Di recente, dopo il 7 ottobre, ho sognato di nuovo il mio corpo trasformato: questa volta nella forma dello Stato di Israele. Questo sogno mi ha riportato al tema dell’appartenenza. Adler scrive che la nevrosi nasce dalla perdita di appartenenza; Jung parla del processo di individuazione come realizzazione della propria unicità. Io mi sento parte della famiglia umana, ma anche radicato in una storia precisa.

Come ebreo, l’identità mi è stata incisa nel corpo all’ottavo giorno di vita. È un’identità ereditata. Ma nel tempo ho scelto anche identità interiori: quella del costruttore di pace —Bonè Shalom — legata al nome di mio padre, Shalom; e quella della giustizia, legata al nome di mia madre, Dina, da Din.

Infine, c’è l’identità del sognatore e dell’interprete dei sogni. È grazie ai sogni che ho potuto trasformare una pluralità in conflitto in un’identità culturale integrata, unendo luce e ombra, ferite e risorse, storia e trasformazione.

Oggi la mia identità non è più scissa. È complessa, stratificata, plurale, ma non più in guerra con se stessa. È come avere il mondo intero dentro di me — e sentire che questa complessità, finalmente, è diventata una forma di pace.

La mia identità culturale non è il risultato di una somma di appartenenze, ma di una lunga integrazione.

Non vivo più le mie identità come compartimenti separati né come bandiere da difendere.

Esse non si escludono, non si combattono e non si giustificano a vicenda. Sono strati di una stessa storia incarnata. La mia multi-identità non è frammentazione, ma stratificazione: una sola sorgente che ha preso forme diverse nel tempo senza perdere la propria coerenza.

Oggi non devo più rappresentare un’identità contro un’altra. Posso abitarle tutte, perché hanno smesso di essere in conflitto dentro di me.

La mia esperienza mi porta a pensare che l’integrazione culturale non sia un progetto politico o ideologico, ma un processo umano profondo. Avviene quando una persona riesce a stare nella propria complessità senza tradirsi. Avviene quando la memoria non diventa rancore e l’appartenenza non diventa esclusione.

Oggi sento che la mia identità culturale è finalmente abitata. È plurale, stratificata,

mediterranea, ebraica, umana. Non è priva di ferite, ma non è più in guerra con se stessa. Èda questo luogo — non dal conflitto, ma dall’integrazione — che può nascere una forma di pace reale, prima interiore e poi, forse, anche nel mondo.

Trauma, Identità e Coabitazione

La pace non è un esito finale, una ricompensa che arriva dopo la guerra.

È piuttosto ciò che tenta di interrompere la violenza mentre è già in atto, quando la logica dello scontro sembra inevitabile. In questo senso, la questione decisiva non è solo morale, ma profondamente umana e politica: riguarda l’abitare. Riguarda la possibilità – o l’impossibilità – di coabitare.

Coabitare non significa capirsi, né essere d’accordo. Significa restare nello stesso mondo senza trasformare la differenza in un progetto di annientamento. Ogni volta che si decide chi può abitare il mondo e chi no, la guerra è già cominciata.

Io conosco questa verità non come concetto, ma come esperienza vissuta.

Sono nato in Libia, in una realtà in cui per generazioni era esistita una forma di coabitazione: fragile, imperfetta, ma reale. Con la Guerra dei Sei Giorni del 1967, quella possibilità è stata spezzata. Non si è scelto il conflitto, ma l’espulsione. Non la convivenza, ma la cacciata. Gli ebrei libici – pur essendo libici da secoli – sono stati costretti a fuggire. Nessuno di noi può tornare oggi nella casa in cui è nato, nella città dei propri ricordi, degli odori, dei sapori. Questa è la ferita profonda della non-coabitazione: l’annientamento simbolico dell’altro attraverso la sua esclusione.

Allo stesso tempo, ho conosciuto anche l’altro volto della storia: l’accoglienza. L’Italia ci ha accolti. La comunità ebraica romana ci ha integrati. Siamo arrivati come profughi, con venti sterline, e siamo diventati parte viva del tessuto sociale, una risorsa e non un peso. Qui la coabitazione è stata possibile, e ha generato vita.

Per questo, quando nel 2011 è esplosa la cosiddetta “Primavera araba” in Libia, sono tornato. Non come vendicatore, ma come essere umano. Come dottore psicoanalista inviato dal ministero degli esteri italiano, per aiutare le vittime innocenti della guerra. Ho lavorato nell’ospedale psichiatrico di Bengasi con vittime del trauma della guerra. Alcuni mi hanno accettato perché ero libico di nascita; altri mi hanno rifiutato perché ero ebreo. Anche lì si è ripresentato il nodo antico: accettare l’altro o eliminarlo simbolicamente. Io non ho fatto distinzione. Ho aiutato chi soffriva, perché la sofferenza non ha religione.

Allo stesso modo, dopo il pogrom del 7 ottobre, ho lavorato con israeliani traumatizzati, con soldati e civili colpiti da ciò che hanno visto e vissuto. Anche qui non ho scelto un campo ideologico, ma il campo dell’umano. Non esiste guarigione senza riconoscimento del trauma, e non esiste pace senza il diritto all’esistenza e alla sicurezza.

Una politica di pace non elimina il conflitto: lavora affinché il conflitto non diventi guerra. Affinché la differenza non venga tradotta in minaccia. Affinché l’altro resti un vicino difficile, ma non un nemico da cancellare.

Quando la pace viene pensata solo come sicurezza armata, deterrenza o controllo, smette di essere un’alternativa e diventa una gestione tecnica della violenza. È la pace armata: presentata come realismo, ma fondata sulla rinuncia a pensare la pace fuori dalla guerra.

Io credo invece che la vera sfida sia tenere insieme gli opposti: identità e apertura, radici e coabitazione, memoria e futuro. Questa è, per me, anche la lezione più profonda della psicologia junghiana: non la scissione, ma l’integrazione.

La pace è un gesto scomodo. Coabitare è scomodo. Ma forse è l’unico modo per difendere l’abitabilità del mondo.

Contesto contemporaneo dell’antisemitismo in Europa

Un recente rapporto della European Union Agency for Fundamental Rights (FRA) conferma che l’antisemitismo continua a rappresentare un fenomeno significativo nell’Unione Europea.

Il documento, pubblicato il 27 gennaio 2026, evidenzia le difficoltà nel raccogliere e confrontare dati omogenei sugli incidenti antisemiti nei diversi Paesi membri, ma sottolinea al tempo stesso l’importanza di strumenti affidabili per monitorare e contrastare in modo efficace l’odio e la discriminazione antiebraica.

Indagini precedenti della stessa Agenzia hanno mostrato che una percentuale molto elevata di persone ebree in Europa ha vissuto episodi di antisemitismo nell’ultimo anno e che una larga maggioranza percepisce un aumento del fenomeno nei propri Paesi di residenza.

Inserire questi dati nel presente lavoro non ha lo scopo di sostituire l’analisi clinica o testimoniale, ma di offrire un quadro di riferimento che colleghi l’esperienza individuale e collettiva del trauma e della memoria a una realtà sociale più ampia e documentata.

Le conseguenze nella diaspora europea

Negli ultimi anni, e con particolare intensità dopo il 7 ottobre, la frattura prodotta dal conflitto si è estesa ben oltre il Medio Oriente, raggiungendo in modo diretto le comunità ebraiche della diaspora. In Europa, l’aumento di episodi di antisemitismo — verbali, simbolici e talvolta fisici — non appare solo come una reazione emotiva al conflitto, ma come il segnale di una difficoltà più profonda: la crescente intolleranza verso l’esistenza visibile dell’identità ebraica nello spazio pubblico.

Non si tratta soltanto di insulti o di atti isolati, ma di un clima diffuso in cui l’ebreo torna a essere percepito come corpo estraneo, responsabile collettivo, bersaglio legittimo di accuse e sospetti. In molti contesti, l’identità ebraica sembra accettata solo se silenziosa, privata, depoliticizzata; quando invece si esprime, si espone o rivendica il proprio legame con Israele, diventa oggetto di delegittimazione.

Questo clima produce un effetto traumatico specifico: la riattivazione di una memoria storica di esclusione, paura e precarietà. Per molti ebrei europei, il senso di sicurezza — dato per acquisito dopo decenni di integrazione — si è incrinato. 

Riemerge così una domanda antica e sempre attuale: è ancora possibile abitare questo spazio senza doversi giustificare per il solo fatto di esistere?

In questo contesto si è diffuso un ulteriore slittamento simbolico, particolarmente destabilizzante: il ricorso improprio e reiterato al linguaggio del genocidio.

Il paragone tra lo sterminio degli ebrei e la guerra di Gaza, così come l’estensione dell’accusa di genocidio non solo allo Stato di Israele ma all’intero popolo ebraico, ha prodotto un effetto concreto e misurabile: una nuova ondata di intolleranza e di violenza contro gli ebrei nel mondo, tra le più intense dal secondo dopoguerra.

Quando il linguaggio della Shoah viene svuotato del suo significato storico e utilizzato come arma retorica, non si produce maggiore giustizia, ma una rinnovata legittimazione dell’odio. Anche in Europa e in Italia, molti ebrei hanno ricominciato ad avere paura: di esporsi, di parlare, di essere riconoscibili. 

In aggiunta ai fenomeni di odio esplicito, unaltra manifestazione del clima contemporaneo è la diffusione di narrazioni false e invertite: sui social e nei media circolano teorie che negano fatti avvenuti, attribuiscono eventi agli stessi soggetti che ne sono vittime, o diffondono rappresentazioni distorte della realtà. Questo uso improprio dellinformazione non è innocuo: alimenta confusione, conferma pregiudizi e contribuisce a un contesto in cui lidentità ebraica è ulteriormente esposta a paure, sospetti e delegittimazione

Questo clima non nasce nel vuoto. È il risultato di una sovrapposizione pericolosa tra il racconto del conflitto di Gaza e antichi dispositivi di colpevolizzazione collettiva, che trasformano ancora una volta l’ebreo in bersaglio simbolico.

Dal punto di vista psicologico e collettivo, un simile contesto non favorisce né il dialogo né la pace. Al contrario, rafforza le scissioni, radicalizza le identità e rende sempre più difficile la coabitazione. Quando l’antisemitismo riemerge come linguaggio socialmente tollerato, l’intera società perde un argine fondamentale contro la violenza simbolica.

Riconoscere queste conseguenze non significa negare la sofferenza di altri popoli, ma comprendere che non può esistere una pace reale laddove un’identità venga resa colpevole per definizione. La pace, se vuole essere autentica, deve includere anche la sicurezza psicologica, culturale ed esistenziale delle minoranze. In caso contrario, resta un’astrazione incapace di proteggere chiunque.

Un ulteriore paradosso attraversa la storia dell’antisemitismo europeo: la capacità di accogliere, valorizzare e utilizzare il contributo intellettuale, scientifico e culturale degli ebrei, mentre si fatica a tollerarne l’esistenza come soggetti storici e identitari.

La conoscenza viene assorbita, il sapere utilizzato, ma chi lo produce resta esposto al rifiuto, alla delegittimazione o all’esclusione.

Questo scarto — tra l’uso del contributo e il rifiuto della persona — costituisce una delle forme più sottili e persistenti di antisemitismo, perché agisce senza dichiararsi, ma produce effetti profondi sul piano psicologico e collettivo.

È dentro questo contesto che il tema del trauma, dell’identità e della coabitazione acquista oggi un significato non solo storico, ma profondamente attuale.

Conclusione personale

Questo fascicolo non nasce per polemizzare, ma per testimoniare. In un tempo in cui la verità viene manipolata, voglio ricordare ciò che spesso viene dimenticato: il massacro del 7 ottobre ha scatenato una spirale di dolore che poteva essere evitata. Se l’8 ottobre gli ostaggi fossero stati restituiti, questa guerra non avrebbe travolto migliaia di vite.

Parlo da ebreo, da profugo, da uomo di fede. La mia voce nasce dalla memoria di un popolo che conosce il trauma e la diaspora, ma che non rinuncia alla sua esistenza e alla sua dignità.

Parlo da cittadino italiano e spagnolo appartenente al popolo di Israele, terra dei padri, e da testimone del dolore e del coraggio di chi ogni giorno combatte per la vita, non per la morte.

Parlo anche da essere umano, capace di provare pietà per ogni vittima innocente. Ma non accetto di vedere criminalizzata la nostra esistenza, né accetto la falsificazione della storia. Sono qui proprio perché qualcuno ha cercato di zittirmi. Quando il silenzio viene imposto, la testimonianza diventa ancora più necessaria.

Questo fascicolo è un piccolo atto di verità. È la mia voce. È la mia presenza. È la mia fedeltà alle mie radici.

David Gerbi

 

Disse Rabbi Shimon ben Chalafta:

Il Santo, benedetto sia,

non trovò recipiente più adatto

a contenere la benedizione per Israele

che la pace.

Come è scritto:

“Il Signore benedirà il Suo popolo con la pace.”

(Salmi 29:11)

مﻼﺳ!!םוֹלָשׁ Pace! Peace! Paix! Frieden! ¡Paz! Paz! МИР! 平安

Nota dell’Autore – Riflessione finale

Il mondo continua a chiedersi perché gli ebrei siano così spesso odiati. Per me, la risposta è questa: perché siamo un popolo incaricato di portare la torcia della nostra fede, una luce guida per il mondo. Abbiamo resistito e prosperato, nonostante i traumi e i terrori scagliati contro di noi. Oggi, più che mai, dobbiamo alzare la testa e indossare l’armatura interiore necessaria per affrontare con dignità le sfide del tempo presente.

Con il cuore pieno di dolore, vedo immagini strazianti di vite spezzate a Gaza: vittime innocenti palestinesi, sacrificate da Hamas che ha scatenato questa guerra, e giovani soldati israeliani che lottano per riportare a casa gli ostaggi che Hamas continua a trattenere.

La verità che molti non osano dire è molto semplice: “Se la comunità internazionale facesse pressione affinché Hamas liberasse gli ostaggi, tutto finirebbe. Subito.” Non servono analisi geopolitiche. C’è un solo gesto capace di porre fine a questa guerra iniziata da Hamas: restituire gli ostaggi. Vivi. Ora.

Troppo spesso, il mondo guarda solo alle conseguenze della guerra — la devastazione di Gaza, la fame, la sofferenza — senza più ricordare chi l’ha iniziata e chi la tiene in vita. Il governo di Israele viene criticato aspramente, sia all’estero che all’interno, ma pochi chiedono conto a Hamas del fatto di trattenere ostaggi civili da mesi, rifiutando ogni proposta di mediazione, e di continuare a usare la popolazione civile palestinese come scudo umano.

Fermare la guerra senza liberare gli ostaggi significa premiare il terrorismo e legittimare il massacro del 7 ottobre. È Hamas che vuole che la guerra continui. Ed è su Hamas che va esercitata la pressione morale e politica del mondo. Noi ebrei siamo responsabili della vita e della dignità di ciascuno di noi.

Chi ha vissuto sofferenze come le nostre non può che riconoscersi nelle parole di Albert Einstein, che porto nel cuore:

“Sono orgoglioso di essere ebreo, perché faccio parte di un popolo che, attraverso sofferenze indicibili, non ha mai rinunciato alla propria dignità umana.” — Albert Einstein

Questa è l’unica via per restituire umanità e verità a questo conflitto.

Restituire gli ostaggi non è un dettaglio tattico. È su Hamas che va esercitata la pressione morale e politica del mondo. Israele non combatte contro uno Stato, ma contro un’organizzazione che ha come unico obiettivo la sua distruzione. Non rappresenta il popolo palestinese, ma lo sacrifica. Hamas non è un governo, ma un’organizzazione terroristica. Oggi, la comunità internazionale ha la possibilità di salvare venti vite, venti mondi sepolti nei tunnel del terrore.

Oggi il mondo è inondato da immagini, notizie vere mescolate a fake news, slogan semplificati. In questa confusione mediatica, la gente non è preparata. Vede una foto, un video, e giudica. Ma non sa — o non vuole sapere — che Hamas è una dittatura armata che opprime il proprio stesso popolo, e che molti civili palestinesi vengono costretti a schierarsi con il terrore per non essere uccisi.

Israele è uno Stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, e come ogni Stato ha il diritto di difendersi. È anche l’unico Stato democratico del Medio Oriente, dove esiste libertà di religione, libertà di espressione e diritto di protesta. Nel Parlamento israeliano siedono arabi e musulmani, cristiani e drusi, e le minoranze sono tutelate dalla legge.

Israele sta combattendo contro un’organizzazione terroristica, non contro uno Stato. Eppure, continua a tentare di aiutare i civili palestinesi, anche inviando aiuti umanitari che Hamas spesso sequestra e rivende al mercato nero.

Ma ogni volta che Israele si difende, viene giudicato con una severità che non si applica a nessun altro paese. Ogni guerra comporta errori, vittime innocenti, conseguenze tragiche. Ma quando è Israele, questi errori diventano imperdonabili. Anche le azioni estreme di una minoranza di coloni vengono usate per negare la legittimità dell’intero Stato. Eppure, Israele combatte in un territorio ostile, contro un’organizzazione terroristica, dove ogni errore può costare la vita. “Lì, se non stai attento, sei morto.”

La situazione è molto più complessa di quello che sembra da uno schermo. Oggi è il 27 luglio 2025. Domani questo fascicolo andrà in stampa. E mentre lo state leggendo, spero con tutto il cuore che possiate dire: “Tutto questo è stato superato. Gli ostaggi sono tornati a casa. Gaza ha ritrovato la calma. È tornata la tregua. Hamas è stato disarmato. E la pace è tornata possibile.”

Se queste mie parole vi sembrassero oggi anacronistiche, significherebbe che la guerra è finita, e che questo contributo ha fatto la sua parte per non essere più necessario.

“Chi salva una vita è come se salvasse il mondo intero.”

Talmud, Sanhedrin 37a

Ringraziamenti

Desidero esprimere la mia sincera gratitudine alla Fondazione Einaudi e al suo Presidente, Giuseppe Benedetto, per avermi dato la possibilità di organizzare il convegno internazionale del 7 ottobre 2024 nella prestigiosa sede della Fondazione a Roma e di presentare questo intervento.

Ringrazio la Dottoressa Misser Berg, Presidente della IAAP, per il suo contributo e sostegno al convegno di Roma del 7 ottobre 2024.

Un ringraziamento speciale al Professor Antonio Grassi, Presidente del LIRPA, per aver sostenuto la pubblicazione internazionale di questo lavoro.

Un sentito ringraziamento va a tutti i relatori e partecipanti al convegno, provenienti da più Paesi, che con la loro presenza hanno contribuito a mantenere viva la memoria e la verità.

David Gerbi

“La libertà nasce quando lidentità non dipende più dallessere accettati.

Lestraneità che fa soffrire può diventare il varco verso lindividuazione.

Ciò che ci ha fatto sentire fuori posto, spesso, era la bussola che ci stava riportando a casa”.

«Se i leoni non raccontano la propria storia,la storia sarà scritta dai cacciatori.»Proverbio africano

“Certo, se conoscessi un rimedio che si potesse inoculare in diecimila persone tutte in una volta, allora tutti lo accetterebbero, soprattutto se non richiedesse alcuno sforzo personale. Ma la sola idea che uno dovrebbe cominciare da se stesso, ecco, questo è fuori questione! Bisogna sempre proporre qualcosa che vada bene per centomila, per un milione di persone, mai per l’individuo, no, l’individuo è troppo poco importante. A tal punto siamo stati convinti dalla scienza di come sia insignificante una singola vita umana, e del resto la storia recente lo ha dimostrato davanti ai nostri occhi, quante vite umane non contino nulla. E l’individuo è così prondamente convinto della propria nullità che non fa il minimo sforzo per sviluppare la propria interiorità.

No, è una situazione troppo disperata, l’individuo è niente, il che naturalmente è una falsità. L’individuo è il depositario della vita: ciascun individuo è il portatore della vita e la vita è portata solo dai singoli individui. In sé non esiste, non esiste una vita delle masse.  (…) Milioni di individui sono ciascuno depositario della vita e per ciascuno di essi il problema individuale è l’intero problema”.

 

  1. G. Jung, Jung Parla – Interviste e Incontri, Adelphi, pag. 564

 

David Gerbi è psicologo, psicoterapeuta e analista junghiano. È membro dell’IAAP (International Association of Analytical Psychology), della New Israeli Jungian Association (NIJA) e membro onorario del LIRPA (Laboratorio Italiano di Ricerca in Psicologia Analitica). Nato in Libia e cresciuto in Italia dopo l’esilio forzato della comunità ebraica libica, ha sviluppato nel corso della sua vita e del suo lavoro una particolare attenzione ai temi del sogno, del trauma, dell’identità e della memoria, sia sul piano individuale sia su quello collettivo. Svolge attività clinica a Roma e conduce seminari in ambito culturale e formativo sull’interpretazione dei sogni e sul lavoro sul trauma, integrando psicologia analitica, psicodramma, movimento autentico e studio della Torà.

Da decenni è impegnato nella tutela del patrimonio religioso ebraico della Libia e nel dialogo tra culture. Per il suo impegno ha ricevuto la Medaglia d’Oro per Scienza, Coscienza e Cultura. È stato Testimone e Ambasciatore di Pace per l’UNHCR e collabora con istituzioni nazionali e internazionali sui temi della pace e della memoria storica. È autore di numerosi articoli e pubblicazioni dedicati al rapporto tra storia, psiche e possibilità di coabitazione. Ha scritto per diverse riviste, tra cui il mensile Shalom, ed è autore per Il Riformista della rubrica Hacol. Tra i suoi libri: Costruttori di pace. Storia di un ebreo profugo dalla Libia, Come costruire la pace, Refugee–Rifugiato, Making Peace with Qaddafi, Un sogno non interpretato è come una lettera non letta, Hai fatto un sogno? Ti aiuto a capirlo.

APPENDICE DOCUMENTALE – Eventi correlati al Convegno sul Trauma (2024–2025)

Appendice A – Cancellazione Convegno Roma (9 giugno 2024)

Si segnala che il convegno previsto a Roma per il 9 giugno 2024, dedicato al tema del trauma e alla condivisione di esperienze cliniche tra analisti junghiani, è stato oggetto di cancellazione. La vicenda è stata riportata da diversi organi di informazione nazionali. Ulteriore documentazione è consultabile negli articoli stampa e nel booklet allegato.

Rassegna stampa essenziale:

  • LIdentità  

Salta convegno psicanalisi su traumi del 7 ottobre. Il motivo? La presenza di esperti israeliani.”  

https://www.lidentita.it/convegno-psicanalisi-saltato-per-presenza-israeliani

  • LSD Magazine  

Convegno psicanalisi saltato per presenza israeliani, il moderatore Gerbi: Spero in ripensamento’”  

https://www.lsdmagazine.com/2024/06/03/convegno-psicanalisi-saltato-per-presenza-israeliani

  • LItaliano – Quotidiano Nazionale Indipendente  

https://www.litalianonews.it/convegno-psicanalisi-saltato-per-presenza-israeliani

  • Vetrina TV  

https://www.vetrinatv.it/cronaca/convegno-psicanalisi-saltato

  • Huffington Post Italia  

https://www.huffingtonpost.it/cronaca/2024/06/03/news/moked_a_roma_salta_convegno_esperti_psicanalisi_per_presenza_israeliani-16073055/

  • Moked – Portale dellEbraismo Italiano  

https://moked.it/blog/2024/05/27/psicanalisi-salta-convegno-per-presenza-israeliani-zoja-occasione-persa/

moked_a_roma_salta_convegno_esperti_psicanalisi_per_presenza_israeliani-16073055/

https://x.com/GiulioTerzi/status/1795510804491411481?s=08

  • Jewish Refugees Association  

https://www.jewishrefugees.org.uk/2024/05/cancellation-of-psychology-conference-is-a-case-study-in-paranoia.html

Appendice B – Convegno internazionale  

La civiltà violata – Trauma e guarigione”  

(Roma, Fondazione Einaudi – 7 ottobre 2024)

La riflessione presentata nel presente contributo si collega anche ai contenuti emersi in occasione del convegno internazionale svoltosi a Roma il 7 ottobre 2024 presso la Fondazione Einaudi, nel quale i temi del trauma personale e collettivo sono stati affrontati in chiave clinica, culturale e sociale.

La registrazione integrale dellincontro è consultabile al seguente link:  

https://www.radioradicale.it/scheda/740254/dal-7-ottobre-2023-ad-oggi-la-civilta-violata-trauma-e-guarigione

Appendice C – Congresso internazionale di Zurigo (2025) e restituzione materiali

In relazione ai materiali editoriali consegnati in occasione del Congresso internazionale svoltosi a Zurigo nel 2025, si segnala che:

  • In una prima fase è stata inoltrata formale richiesta di restituzione sia al Presidente uscente sia al nuovo Presidente dellAssociazione, tramite comunicazioni dirette.
  • Non avendo ricevuto riscontro risolutivo, è stata successivamente inoltrata formale diffida legale per la restituzione dei fascicoli consegnati e mai restituiti.

La relativa documentazione è allegata alla presente appendice.

A tale comunicazione è stato fornito riscontro formale, nel quale si riferiva limpossibilità di reperire i materiali ritirati.

Appendice D – Rassegna stampa e contributi correlati al Congresso di Zurigo

  • Moked – Lettera di David Gerbi  

https://moked.it/blog/2025/08/29/la-lettera-david-gerbi-un-congresso-di-psicoanalisi-e-censura/

  • Il Riformista – Intervista / articolo  

https://www.ilriformista.it/i-love-israel-e-al-congresso-junghiano-scatta-la-censura-gerbi-io-sotto-pressione-perche-non-mi-piego-alla-balla-del-genocidio-479895/

Documenti allegati: Booklet Congressuale

Il grande archivio di Israele

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