Trump celebra l’accordo con l’Iran, ma non si accorge di essere finito nel trappolone del regime

di Marco Del Monte - 18 Giugno 2026 alle 12:39

DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

Il giorno dell’ottantesimo compleanno per Donald Trump deve essere stato uno dei più belli della sua vita e per tutti gli americani che ancora non sanno se hanno contribuito o no a pagare i “circenses” organizzati dal novello Cesare. Forse trascinato dall’euforia di cotanto giorno, ha diffuso “urbi et orbi” la sua personale interpretazione dell’accordo con l’IranNaturalmente parlava del testo in “slang americano”, senza curarsi del fatto che l’altro contraente ha sotto mano il testo in “parsi”, nel quale, prima della firma in bella vista (là dove noi in genere scriviamo “distinti saluti”), appaiono i versetti del Corano sulla taqyya, che evidentemente Trump continua a ignorare.

Secondo Trump, c’è la proclamazione della vittoria e, quindi, della capitolazione dell’Iran a tutti i diktat americani che cerchiamo di riassumere, non avendo il testo a disposizione. Cominciamo dal nucleare, che viene nominato solo per annunciare che l’Iran ha promesso di riprendere tra una ventina di anni; nel frattempo non si dice una parola sul fatto che i 460 chilogrammi di uranio arricchito al 60% non usciranno dall’Iran, che li ha sepolti chissà dove, approfittando della tregua. In un contesto normale (e con un presidente pure normale), questo fatto doveva accendere almeno una lampadina, se non proprio un faro; invece Trump ha accettato per buone le giustificazioni degli iraniani.

Riguardo al Libano, sempre “ipse dixit”, dovrebbero cessare le ostilità tra Hezbollah e Israele, ma quest’ultimo non si muoverà dal sud del Paese: Trump avrebbe ottenuto “la botte piena e la moglie ubriaca”, come si suol dire. Sembra superfluo chiosare l’affermazione ricordando che l’Iran considera il proxy in Libano un suo braccio operativo, non dicendo però che questo equivale a un’invasione di un Paese terzo con relativa occupazione che dura dagli anni Ottanta. Tutti i media occidentali sposano la versione festaiola e parlano di invasione del Libano da parte di Israele: realtà stravolta e completamente ribaltata.

E poi c’è lo Stretto di Hormuz. Questa è una storia nella storia, ed è la più sapida tragicommedia dai tempi di Aristofane (quinto-quarto secolo a.C.), che merita l’apertura di una parentesi. Lo Shà aveva capito l’importanza di questo braccio di mare e per questo, nel 1975, fece progettare il porto di Bandar Abbas, situato proprio nei pressi della “strettoia”, con l’intenzione di cederne una parte agli Stati Uniti d’America, che vi avrebbero impiantato la più grande base navale del Medio Oriente. Nel 1979 ci fu il golpe degli ayatollah che sequestrarono tutto, finirono di realizzare il porto, ma, quanto allo Stretto, lasciarono tutto com’era, anche il libero transito. 

Nel 2025 gli Usa e Israele attaccano l’Iran con il blitz della “guerra dei dodici giorni”, ma non fanno l’unica cosa giusta da fare: occupare lo Stretto di Hormuz. Questo sarà riletto in tutte le accademie militari del mondo come la cosa più esilarante dalla scomparsa dei dinosauri dalla Terra, così come l’interruzione di una campagna devastante e vittoriosa senza alcun motivo plausibile. L’Iran che, militarmente è organizzatissimo, ha impiegato i giorni di tregua rimpinguando i suoi arsenali e occupando lo Stretto: elementare, Watson!

Nei deliri onirici della domenica del genetliaco, Trump ha visto di nuovo lo Stretto libero e senza pedaggi (o meglio pizzo, come si addice a una gestione banditesca di una via d’accesso internazionale). Vengono in mente i versi immortali di Pascoli: “Romagna solatìa, dolce paese cui regnarono Guidi e Malatesta/cui tenne pure il Passator Cortese, re della strada, re della foresta” (al secolo Stefano Pelloni, famoso brigante romagnolo, vissuto tra il 1820 e il 1850). Sempre invaghito della sua magnanimità, il presidente dice che l’accordo prevedrà lo sblocco di una manciata di miliardi a favore dell’Iran e la costituzione di un fondo per la ricostruzione del Paese stesso, cosa che non si è vista nemmeno con il Piano Marshall, che, almeno, prevedeva la restituzione dilazionata dei prestiti.

Il dialogo tra sordi, poi, ha raggiunto l’apice nei giorni successivi, quando gli iraniani hanno letto le loro condizioni. Hanno accettato tutti i regali e hanno messo il numeretto finale: gli aiuti saranno di 300 miliardi di dollari, e l’uso dello Stretto di Hormuz sarà a pagamento. Speriamo solo che Trump faccia un corso accelerato di parsi e taqyya.

Il grande archivio di Israele

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