Trump premia l’Iran: diritto al ristoro a uno Stato sponsor del terrorismo mondiale

di Marco Del Monte - 20 Giugno 2026 alle 14:37

Donald Trump ha serie difficoltà in casa: i democratici, ma anche molti repubblicani e molti del mondo MAGA, lo stanno accusando di aver svenduto l’America e di aver tradito gli alleati. Il presidente, come dicono parecchi media, è frustrato, soprattutto dall’atteggiamento di Israele, che non intende lasciare campo libero a Hezbollah. L’interessato, ovviamente, respinge queste accuse e afferma di aver firmato un documento storico con l’Iran; quello che non dice, però, è che anche un pessimo accordo fa la storia, e qui (ripetono i nemici) si sta scrivendo una delle pagine più nere dell’Amministrazione Usa.

Delle cause che hanno portato all’attuale situazione si è parlato a lungo e con dovizia di particolari, ma, per quanto lo si guardi con occhio benevolo, questo documento è un vero e proprio “vaso di Pandora”. Esaminate le foto, dunque, passiamo alle radiografie virtuali. Appare indiscutibile che i 14 punti non tengono assolutamente in conto l’esistenza di popolazioni sul teatro della guerra, mentre è tutto focalizzato sulla risoluzione di problemi economici. L’Iran è sull’orlo della bancarotta e, perciò, si è detto pronto ad accantonare il nucleare a scopo militare, a riaprire lo Stretto di Hormuz e a cessare ogni attività di guerra su tutto lo scacchiere (Libano compreso) in cambio dello sblocco dei fondi congelati, ma soprattutto della costituzione di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione del Paese. Questa clausola ha allarmato soprattutto i repubblicani e Israele, perché sarebbe la prima volta che uno Stato considerato sponsor del terrorismo mondiale si vede riconosciuto il diritto al ristoro dei danni di una guerra che lui preparava da vent’anni.

Mettiamo, dunque, in fila i vantaggi economici per l’Iran, previsti da questo obbrobrio di documento. Immediata possibilità di tornare a vendere il suo petrolio; sblocco dei fondi congelati; possibilità di gestire lo Stretto di Hormuz in un prossimo futuro, magari insieme all’Oman; accesso al cosiddetto “fondo di solidarietà” da 300 miliardi di dollari. Per non rischiare incresciosi equivoci, perciò, partiamo dai curricula dei vari “americani” interessati alla trattativa, prima di occupare le attuali mansioni.

Il primo della lista, ovviamente, è Donald Trump. Imprenditore nel settore immobiliare, costruttore e imprenditore anche nel settore televisivo, autore di testi sul business, nessuna esperienza nel campo politico; primo (e unico) presidente cui non è stata data in esclusiva la possibilità di usare i codici atomici, come ha affermato il ministro della Difesa. Il secondo è il vicepresidente J.D. Vance. Militare nei marines, laureato in legge, investitore e “venture capitalist”, nessuna esperienza in politica. Negoziatore Steve Witkoff, avvocato immobiliare e imprenditore, senza nessuna esperienza né politica, né diplomatica. Negoziatore Jared Kushner, imprenditore immobiliare, genero di Trump, opera nel settore quasi esclusivamente nella zona di New York City, senza nessuna esperienza né politica, né diplomatica. La prima osservazione è che si sono trovati di fronte uomini politici di lungo corso e di robustissime tradizioni diplomatiche come Abbas Araghchi, ministro degli Esteri, e Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, ambedue espertissimi di “mercanteggiamenti”, che richiedono anche una buona dose di psicologia.

Non è possibile avere la certezza, ma qualche dubbio viene sui punti salienti del “memorandum” che ha privilegiato gli aspetti economici, con un immediato ritorno anche sulle casse degli Stati Uniti. Il comune denominatore che avvicina i quattro “americani” risiede nella loro comune esperienza nel campo immobiliare, che è diventato il terreno di gioco. A ben pensarci, il punto più importante del documento è rappresentato dal “fondo immobiliare” per la ricostruzione dell’Iran, piovuto dal cielo e in nessun modo legato alla funzionalità del documento. Il che fa sorgere i ragionevoli dubbi che qualche scoria sia rimasta nella testa dei negoziatori, che hanno riportato indietro un succoso futuro immobiliare, purtroppo legato alla caduta rovinosa dell’immagine dell’Occidente.

Il grande archivio di Israele

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