Turchia e Iran sognano il “delitto perfetto”: cancellare Israele con l’alibi dei palestinesi
di Marco Del Monte - 18 Maggio 2026 alle 08:19
Tutti i grandi scrittori di gialli vorrebbero scrivere “il delitto perfetto”, e tutti i criminali vorrebbero poterlo realizzare. Il particolare che in genere tradisce è l’alibi, che si materializza in un testimone o una circostanza. Caduto l’Impero ottomano, tra il 1922 e il 1924, il Medio Oriente diventò il laboratorio ideale per provare a realizzare il sogno di Hitler: un luogo senza ebrei. La regione, lasciata a sé stessa, è stata sempre una fornace in ebollizione, nella quale si sono mescolati vari popoli senza che ci fossero mai reali confini tra un’etnia e l’altra. Nella città di Gerusalemme, in particolare, c’era l’universo mondo con la presenza di armeni, greco-ortodossi, cattolici, ebrei, musulmani di varia provenienza. Fuori della città i vari villaggi erano disposti “a pelle di leopardo”, impossibile da dividere e, infatti, nessuno ci pensava.
Gli unici Paesi con confini più o men definiti erano il Libano, la Siria, Gaza, la Giordania e l’Egitto; soltanto questi ultimi due avevano un’etnia preponderante, mentre Libano e Siria contavano una discreta presenza di cristiani di varie confessioni (maroniti, greco-ortodossi e cattolici). Le tre vecchie province romane, Galilea, Giudea e Samaria, costituivano una massa informe e senza confini, abitata in maggioranza da ebrei e musulmani, per lo più sunniti. Purtroppo, in Europa scoppiò una guerra al centro della quale la Germania nazista pose la questione ebraica, provocando la fuga di tutti gli ebrei che ebbero possibilità di farlo principalmente verso questa terra indefinita che l’Imperatore Adriano aveva chiamato Palestina, per punire gli ebrei dell’ultima rivolta, repressa nel sangue. Tutti gli abitanti di quella “macchia” sulle cartine geografiche dell’ONU erano palestinesi “apolidi”, per quanto possa sembrare strano. Apolidi perché il mandato britannico conferito al Regno Unito dalla vecchia Società delle Nazioni non era esercitato su uno Stato, che la potenza mandataria non si è mai curata di realizzare.
Tempo fa visitai Berlino e mi capitò di entrare in un ristorante che sul pavimento interno aveva una riga di mattoni che divideva in due i bagni, le cucine e una delle sale da pranzo; chiesi al gestore il motivo della presenza di questa striscia, e lui mi rispose dicendo che quella traccia era il residuo del “muro”. Quando nel 1947 l’ONU optò per la costituzione di due Stati “palestinesi”, uno assegnato agli ebrei e uno agli arabi, fece la stessa cosa peggiorandola. Sulla cartina di Adriano venne tracciata una linea verde (perché il pennarello usato era di quel colore), con righello, squadrette e compasso che definì due entità territoriali, con bagni e cucine in zona ebraica e camere da letto e ingressi in zona araba. Anche la parola “arabo” venne usata male e a sproposito, perché in quella terra di arabi (nel senso di etnia araba) non ce n’erano affatto. Tra l’altro, molti di questi “arabi palestinesi” erano copti o armeni, e anche gli ebrei erano di varie nazionalità (anche quelli che vi si trovavano nel periodo tra le due guerre mondiali).
La confusione tra arabi e musulmani ha contribuito senz’altro ad aumentare incertezze e disordine, ed è uno degli elementi che tuttora non consente di definire dove dovrebbe sorgere lo Stato di Palestina, che i nostri politici sinistri vorrebbero riconoscere in astratto. Nel maggio del 1948 l’ONU, dopo aver imbrattato la cartina, aprì materialmente le “porte del rodeo”, lasciando che i miseri abitanti di quella terra senza confini se la sbrigassero tra loro. Mentre gli ebrei proclamavano lo Stato, preparandosi spiritualmente alla prima guerra di sopravvivenza, Egitto, Giordania (all’epoca Transgiordania), Siria, Iraq, Libano attaccarono il neonato Stato d’Israele. La storia (cui credono i pro-Pal) racconta che erano cinque Paesi arabi, ma, come sappiamo, non è così, anzi, nessuno dei cinque Stati attaccanti lo era e nemmeno i residenti musulmani che scapparono dalla “Palestina ebraica”. Gli arabi veri, cioè gli abitanti degli Stati del Golfo, sostanzialmente, non intervennero affatto, forse con l’intento di partecipare (dopo) al banchetto spartitorio. Il caos fu incrementato dal fantasioso egiziano Arafat, nipote del Gran Muftì (nazista) di Gerusalemme, che nel 1974 deportò letteralmente un gran numero di egiziani (espulsi dal loro Paese) in Cisgiordania.
Nel 1979, a Teheran, dove era andato a riverire l’ayatollah Khomeini, che era salito al potere, Arafat proclamò lo Stato di Palestina (che venne chiamato così per la prima volta) con confini dal fiume al mare e capitale Gerusalemme. Un vero e proprio colpo da maestro di biliardo: questo, naturalmente, non se lo ricorda nessuno, mentre tutti ricordano la spaventosa sequenza di attentati perpetrati dai suoi “feddayn”. In quel periodo cominciarono pure i dirottamenti aerei che sconvolsero traffici e attività del mondo occidentale. Queste “bande” non avevano niente né di arabo, né di palestinese, ma portarono al parossismo questa questione tuttora irrisolta perché parte da presupposti inesistenti.
In questo “bailamme”, però, è emerso un nuovo dualismo che si contende il mondo islamico: l’eterna lotta tutta interna tra sciiti e sunniti, concentrata ora sul dualismo Turchia-Iran, che hanno scelto come terreno di battaglia il mondo occidentale, di cui Israele è da entrambi considerato un avamposto di fatto. Per giustificare questa lotta, i due “colossi” devono eliminare lo Stato di Israele, cioè devono mettere in atto un “delitto perfetto”, al quale serve un alibi: i palestinesi sono l’ideale, dimostrando che il “delitto perfetto” non è più un’utopia.