Tutti attaccano Ben Gvir per non ammettere le provocazioni della Flotilla

di Marco Del Monte - 22 Maggio 2026 alle 08:21

FILE – Israeli far-right lawmaker Itamar Ben-Gvir gestures after election exit poll results are released at his party’s headquarters in Jerusalem on Nov. 2, 2022. (AP Photo/Oren Ziv, File)

Il 15 maggio 2026 lo Stato di Israele ha compiuto 78 anni; il giorno successivo i musulmani hanno celebrato la “Nakba” (disgrazia), che segna la loro espulsione dal territorio assegnato agli ebrei. Questo è chiaramente simbolico, perché in un giorno non si riuscirebbe neanche a compilare il modulo per dare lo sfratto a un inquilino moroso, ma non è questo il punto. Le due date segnano l’inizio di 78 anni di guerra, inframmezzati da brevi periodi di tregua: la parola “pace” in quella regione è stata depennata da tutti i dizionari esistenti (e non). Nonostante questo, la terra degli ebrei ha cominciato a fiorire di nuovo e al posto delle vecchie casupole sono sorti i grattacieli, sono stati costruiti impianti industriali, ospedali, scuole e centri di ricerca, strade, ponti e ferrovie, senza chiedere niente a nessuno.

Dall’altra parte della frontiera sono sorti i campi profughi, finanziati dall’ONU, attraverso un organismo dedicato solo a quelli “palestinesi”, la famigerata UNRWA, che ha assicurato a queste persone una “dorata” sopravvivenza, svincolata da ogni forma di attività, ma basata su un assistenzialismo senza senso. Vengono i brividi a pensare che a Gaza, dove vivono di pesca, in circa 80 anni non sia stato costruito non un porto, ma almeno un pontile. In questa ultima guerra, gli Stati Uniti hanno provato a portare “aiuti” costruendo un pontile a mare, che è durato lo spazio di una settimana: mancava qualsiasi dato di riferimento per poter procedere a una sana progettazione. C’è da chiedersi cosa abbiano “osservato” i gazawi in tutti questi anni. E la risposta è drammatica, perché hanno pensato a vedere realizzare la “Gaza sotterranea” per poter attaccare Israele, senza essere intercettati.

I primi anni di vita dello Stato ebraico hanno visto susseguirsi alla guida del Paese una borghesia “mitteleuropea”, con il suo background di conoscenze ed esperienze, che ha modellato le fondamenta dello Stato stesso, dall’esercito alla burocrazia. Col passare degli anni, ha cominciato a prevalere la componente “locale” e i costumi sono cambiati, scendendo di livello. Si parla sempre di guerre combattute da Israele contro gli arabi, ma questa è chiaramente una narrazione sbagliata, perché una guerra termina o con una pace o con un armistizio, e laggiù non è mai successo, se non con l’Egitto e la Giordania, che avevano lo stesso problema di Israele: la questione palestinese. In essere ci sono soltanto dei cessate il fuoco precari e non risolutivi, perché lo Stato palestinese non ha mai visto la luce e pure adesso non si sa in quale confini dovrebbe essere circoscritto, né chi lo dovrebbe abitare. Il problema è tuttora in piedi, e la cosa più tragica è che il conflitto è uscito dai confini mediorientali e la disputa è passata in Europa, dove il “problema palestinese” sta inquinando la vita politica di tutti i Paesi dell’Unione europea, dove ogni Stato cerca di risolverlo a modo suo.

In Italia, soprattutto, la cosa sta assumendo contorni preoccupanti, perché si susseguono manifestazioni e cortei che accolgono bandiere palestinesi, di Hamas e di Hezbollah senza che lo Stato intervenga, se non con le Forze dell’ordine, molto spesso alla mercé di questi gruppi, che hanno conquistato la ribalta. Attualmente, per esempio, l’Italia (non richiesta da nessuno) sta curando gli “affari” della cosiddetta Flotilla, che proprio in questi giorni ha messo in atto la sua terza sceneggiata provocatoria sfidando ancora una volta Israele, con la dichiarazione ufficiale di portare aiuti umanitari. Per la terza volta, la “crociera di gruppo” è stata intercettata prima di arrivare nelle acque territoriali israeliane o controllate da Israele e i “gitanti” sono stati trasferiti in Israele, dove è andata in scena una disgustosa pantomima guidata dal ministro per la sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, oltranzista messianico. I “gitanti” sono stati maltrattati e lo Stato d’Israele ora si trova a dover rintuzzare le critiche di tutto il mondo, guidate, ahinoi dall’Italia.

Detto che il gesto di Ben Gvir è un chiaro fallo di reazione, essendo giunti alla terza provocazione di “uomini” legati ad Hamas, che dichiaratamente sono andati a forzare un blocco navale in tempo di guerra, bisogna ricondurre il problema in un alveo corretto. Questi comportamenti sono perfetti autogol, che ci infliggiamo quasi consapevolmente, facendo “assist” clamorosi, con i quali riusciamo a resuscitare anche un deputato del M5S, sconosciuto politicamente, e a dare alla nostra premier un motivo per uscire dal cul-de-sac in cui la sconfitta al referendum sulla magistratura l’ha confinata.

Il grande archivio di Israele

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