Un bimbo di 10 anni e il padre insultano la Brigata Ebraica: il 25 aprile di follia a Milano. È questo il futuro?

di Dalia Gubbay - 26 Aprile 2026 alle 11:43

Sono appena tornata a casa. Devo scrivere subito, sennò credo che non lo farò più. Devo mettere insieme i pensieri: è come un trauma che ha bisogno di decantare. Poi verrà l’elaborazione, la reale consapevolezza. Quello che ho vissuto ieri, lo so già, non lo scorderò finché vivo. Come ogni anno mi accingo ad andare alla manifestazione per la celebrazione del 25 aprile. È Shabbat e molti di noi non ci saranno. Io non me la sento di stare a casa. Cammino e mi chiedo quanto sarà difficile tutto. Ma nemmeno nel più atroce degli incubi avrei immaginato di vivere un pomeriggio simile nelle strade della mia città. Una città che ci ha traditi.

Da subito mi accorgo che nulla sarà come le scorse volte. Per carità, ci hanno insultati sempre, ma qui non si tratta più di quel momento di tensione all’angolo con Piazza San Babila. No, l’atmosfera trasuda odio viscerale da ogni poro. Le urla, le parolacce, i gestacci: le persone sono invasate, aggressive, scatenate, oscene. E sono tutte persone comuni. Non i collettivi, non i centri sociali, non gli islamisti. Sono italiani. Vedo un bimbo di massimo dieci anni sulle spalle del padre. Mostra il dito medio, sbraita in coppia con il suo esagitato genitore. È questo il futuro del nostro Paese? La cronaca di questo pomeriggio è ormai tristemente nota. Ci hanno cacciati. La Brigata Ebraica e tutti noi. Io mi ostino fino all’ultimo; al momento di cedere piango di rabbia, non di paura, malgrado mi debbano scortare in mezzo alla bolgia inferocita. Una donna mi guarda e mi dice che sono un’assassina. Vedo un uomo sedersi per terra, sulle spalle la bandiera d’Israele. “Io sono ebreo e non mi muovo da qui”, urla disperato. E poi ci avviamo, mestamente, sconfitti, sotto gli schiamazzi e la gioia scomposta degli odiatori. E io non mi vergogno a dirlo: mi sento come gli ebrei che furono portati nei ghetti.

Abbiamo perso. Nessuno ci ha protetto abbastanza. La violenza ha prevalso, sotto gli occhi di tutti. Come allora. Ora mi sento soffocare. In TV non si parla d’altro. Sembrano tutti indignati. Ma noi lo sappiamo, oggi più che mai, che dovremo difenderci da soli, con i pochi amici che ci rimangono. Non so cosa faremo in futuro. Questa mattina siamo stati al Cimitero inglese. Ma il pensiero di andarmene preme più che mai alle soglie della mia coscienza ferita.

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