Una parola, “escursionisti”, e scoppia la bufera su Brunori
di Redazione - 26 Luglio 2026 alle 21:05
Finisce al centro delle polemiche il corrispondente Rai Giovan Battista Brunori. Venerdì scorso, nel raccontare quanto avvenuto nei pressi di Havat Gilad, a sud-ovest di Nablus, nel nord della Cisgiordania, il reporter ha riferito dell’attacco subìto da un gruppo di circa sessanta israeliani — impegnati in un’escursione in aperta campagna — da parte di abitanti di un villaggio palestinese, che ne hanno vissuto la presenza come una provocazione. Secondo la ricostruzione dei presenti, gli aggressori hanno prima lanciato pietre e colpito i partecipanti con bastoni — ferendone uno al volto — per poi circondare il gruppo da più lati mentre tentava di ritirarsi. Nel disordine degli scontri, un palestinese è riuscito a sottrarre l’arma al capo della squadra di sicurezza dell’insediamento e ha aperto il fuoco, come dimostrano le immagini. Nell’attacco sono rimasti uccisi due israeliani: Benayahu Melet, 32 anni, membro della squadra di pronto intervento di Havat Gilad, accorso in soccorso e padre di due figlie, e il maggiore Yuval Ezra, 27 anni, comandante di batteria d’artiglieria. Altri tre israeliani sono rimasti feriti. L‘IDF ha dato la caccia all’attentatore, uccidendolo e recuperando l’arma, e ha classificato l’episodio come attacco terroristico, pur riferendo che il gruppo aveva attraversato senza autorizzazione un’area sotto controllo dell’Autorità Palestinese.
A suscitare polemiche è stato il termine usato da Brunori: nel riferire la vicenda, il corrispondente ha parlato di “escursionisti”, anziché di “coloni”, per indicare il gruppo israeliano. «La propaganda non è sempre qualcosa di lontano. A volte entra direttamente nel salotto di casa, all’ora di cena, dal telegiornale del servizio pubblico», ha scritto immediatamente a caldo su X l’account Global Sumud Italia, accusando il giornalista di aver riportato i fatti secondo quella che, a detta dei suoi detrattori, sarebbe la propaganda dettata dall’esercito dello Stato ebraico.
Proprio la Global Sumud Flotilla, che fa la morale sulla neutralità, dimentica come le sue missioni “civili” non abbiano mai riguardato i prigionieri del 7 ottobre, tenuti in ostaggio da Hamas, e non fa i conti con i finanziamenti che le stanno dietro: di neutrale, questi, hanno ben poco.
Le rimostranze arrivano fino al Consiglio di amministrazione di viale Mazzini: in una nota, i consiglieri Alessandro Di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale hanno contestato il modo in cui il corrispondente ha riferito degli scontri, parlando dell’attacco palestinese ad «alcuni israeliani che stavano facendo un’escursione». Secondo i tre, in Cisgiordania «i coloni non sono escursionisti», e compete al servizio pubblico «evitare di farsi portavoce — anche involontariamente — di posizioni propagandistiche che hanno il solo effetto di esacerbare la discussione su un tema tanto caldo».
A questo coro si aggiungono anche gli esponenti del M5S in commissione di Vigilanza Rai, che invocano provvedimenti immediati contro il giornalista. Rinominare i coloni armati come «pacifici escursionisti» rappresenterebbe, a loro dire, «una inaccettabile mistificazione della realtà», una «narrazione surreale e vergognosa» al servizio non della verità ma, addirittura, della «propaganda sionista». Insomma, per i pentastellati la Rai dovrebbe intervenire senza indugio: il minimo, sostengono, «se ancora ha senso parlare di servizio pubblico».
Ma a controbattere dalla stessa commissione sono i componenti di Fratelli d’Italia, che ritengono la professionalità di Brunori indiscutibile, assistendo dall’altra parte all’ennesimo indegno tentativo di «censura da parte di chi come il M5S interpreta il libero giornalismo e il diritto di cronaca soltanto quando fa comodo, per attaccare e denigrare».
A cavalcare l’onda infine la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese, che ha definito le parole di Brunori come frutto di «ignoranza o menzogna. In entrambi i casi imperdonabile per un servizio pubblico».
A prendere le distanze dalle accuse a Brunori è invece Unirai, che denuncia il clima di odio e le «liste di proscrizione» contro i giornalisti del servizio pubblico, ricordando che Brunori è un cronista “pluripremiato per il dialogo interreligioso, che rischia la vita come chiunque lavori in zona di guerra: attaccarlo significa trasformarlo in un bersaglio politico”.
Ma se davvero fosse così, perché non chiamare gli aggressori palestinesi “terroristi”? Perché non raccontare che quasi tutti gli esecutori degli attentati provengano dal West Bank? Il punto è proprio questo. Negli anni, nei suoi servizi per la Rai, Brunori ha più volte raccontato la problematica delle violenze in Cisgiordania, senza risparmiare il tema dei coloni. Ma nel caso di venerdì non si trattava dei movimenti violenti dell’area, bensì di un gruppo di escursionisti che stava semplicemente compiendo una visita nella zona. Ed è forse proprio l’aver chiamato le cose col loro nome, invece di appiattirle sulla narrazione più comoda, ad aver suscitato tanto scalpore e le reazioni indignate di questi giorni. Accusarlo di essere il portavoce della propaganda israeliana non è solo poco professionale da parte dei vari canali d’informazione che lo scrivono, ma l’ennesima strumentalizzazione propal, che non tiene conto della storia e delle cause del conflitto. Del resto, si finisce per polemizzare su una scelta di parole a proposito di un episodio in cui, in fin dei conti, sono rimasti uccisi due israeliani.