Unifil, una missione fallimentare che espone i soldati a rischi inutili

di Paolo Crucianelli - 2 Aprile 2026 alle 08:13

Negli ultimi giorni, nel sud del Libano, si sono registrati nuovi attacchi contro il personale Unifil. In poche ore si contano morti e feriti tra i caschi blu, colpiti in circostanze che confermano una realtà ormai evidente: la missione delle Nazioni Unite non è più una forza di interposizione, ma una presenza esposta all’interno di un teatro di guerra attivo.

Non si tratta di episodi isolati. Da tempo le postazioni Unifil si trovano a operare in aree dove la presenza di milizie armate è radicata e capillare. In particolare, Hezbollah ha costruito negli anni una rete operativa che si muove in prossimità delle infrastrutture civili e, non di rado, anche nelle aree in cui è dispiegata la stessa missione Onu. Questo produce un effetto evidente: le basi e le zone presidiate da Unifil finiscono, di fatto, per diventare uno spazio difficilmente distinguibile dal punto di vista operativo, una sorta di “zona grigia” in cui si sovrappongono presenza militare, attività delle milizie e osservazione internazionale.

In un contesto simile, le operazioni militari diventano inevitabilmente più complesse. Individuare con precisione obiettivi ostili, distinguere tra postazioni operative e presenza neutrale, evitare danni collaterali: tutto questo diventa estremamente difficile quando il teatro è saturo e le linee di separazione sono, nei fatti, inesistenti. È in queste condizioni che aumentano in modo significativo i rischi di errori, incidenti e colpi non intenzionali.

Le perdite subite da Unifil, a prescindere da chi materialmente abbia sparato o colpito — elemento che in molti casi resta incerto — vanno lette proprio in questa chiave: non come il risultato di una volontà deliberata di colpire i caschi blu, ma come la conseguenza diretta di una missione che si trova ormai immersa in un conflitto aperto, senza più la possibilità di svolgere la funzione che le era stata originariamente assegnata. Questo dato di realtà rende evidente lo scollamento tra il mandato formale della missione e la situazione sul terreno. Unifil nasce per monitorare, stabilizzare, supportare le istituzioni libanesi e contribuire a prevenire l’escalation. Ma nessuno di questi obiettivi appare oggi perseguibile. Hezbollah continua a operare e a rafforzarsi nell’area, mentre le operazioni militari israeliane si sviluppano in risposta a questa presenza. In mezzo, una forza internazionale che non può fare nulla.

C’è però un elemento ulteriore, decisivo, che non può essere ignorato. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha già preso una decisione chiara: con la risoluzione 2790 del 28 agosto 2025, il mandato di Unifil è stato rinnovato per l’ultima volta fino al 31 dicembre 2026, prevedendo esplicitamente l’avvio di un ritiro ordinato e sicuro da quella data, da completarsi entro un anno. In altre parole, la fine della missione è una scelta già formalizzata e definitiva. Non ha quindi più alcun senso mantenere sul campo migliaia di soldati in una missione che si è già deciso di chiudere e che, nel frattempo, non è più in grado di svolgere il proprio mandato. Continuare a tenerla in piedi ha il solo effetto di esporre il personale a rischi crescenti, senza che vi sia alcun beneficio.

Anticipare il ritiro non sarebbe una fuga né una resa, ma un atto di responsabilità. Responsabilità politica, perché si prende atto di una realtà che è già cambiata. Responsabilità morale, perché si evita di esporre inutilmente uomini e donne a un rischio che non ha più alcuna giustificazione operativa. Le missioni internazionali hanno senso quando sono in grado di incidere sul contesto in cui operano. Quando questa capacità viene meno, il loro prolungamento appare solo una forma di inerzia istituzionale che finisce per scaricare il prezzo più alto su chi è chiamato a operare sul terreno. Lasciare quei soldati sul terreno è una scelta sconsiderata. E se vi saranno altri incidenti, la responsabilità non potrà che ricadere su chi, pur potendo, non ha deciso di riportarli a casa.

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