Uno studio mappa la vasta rete israeliana di aiuti alimentari e ne individua le principali lacune

20 Agosto 2026 alle 09:15

Una vasta rete di oltre 2.200 organizzazioni non profit fornisce assistenza alimentare agli israeliani, facendo affidamento su circa 170.000 volontari e su risorse per miliardi di shekel, secondo un nuovo studio che ha inoltre individuato significative lacune nella distribuzione, nel coordinamento e nella supervisione degli aiuti.

Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università Ebraica di Gerusalemme e dello Sheba Medical Center, ha individuato 2.289 ONG attive nel settore degli aiuti alimentari in Israele, offrendo la prima mappatura nazionale completa di un sistema che è cresciuto notevolmente mentre il Paese affronta una diffusa insicurezza alimentare.

Tra le organizzazioni che rendono pubblici i propri dati finanziari, il volume d’affari annuale ha raggiunto 6,18 miliardi di shekel (1,9 miliardi di dollari), con oltre 28.000 dipendenti e 170.000 volontari coinvolti nelle attività. Tuttavia, solo il 13% dei finanziamenti proviene dallo Stato, lasciando la rete fortemente dipendente dalle donazioni private.

I risultati arrivano sullo sfondo delle continue difficoltà economiche successive agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e alla guerra che ne è seguita.

Nel 2024, il 27,1% delle famiglie israeliane — circa 968.000 nuclei familiari, per un totale di 2,8 milioni di persone, tra cui più di un milione di bambini — ha sperimentato insicurezza alimentare per motivi economici, secondo l’Istituto nazionale israeliano di previdenza sociale.

Lo studio, intitolato «Philanthropic food assistance in high-income countries: Lessons from Israel’s food-aid network» («L’assistenza alimentare filantropica nei Paesi ad alto reddito: lezioni dalla rete israeliana degli aiuti alimentari»), è stato pubblicato sulla rivista Food Policy. È stato realizzato da Moran Accos e dal professor Aron M. Troen dell’Università Ebraica e dalla dottoressa Orly Tamir dello Sheba Medical Center.

I ricercatori hanno rilevato che, sebbene il settore caritatevole israeliano svolga un ruolo importante nel soddisfare i bisogni immediati, la sua struttura fortemente decentralizzata ha prodotto disparità nel luogo e nelle modalità di distribuzione degli aiuti.

La maggior parte delle organizzazioni opera a livello locale e distribuisce prodotti alimentari anziché buoni o voucher, spesso senza sistemi standardizzati per registrare ciò che i beneficiari ricevono o il valore nutrizionale degli aiuti. Inoltre, nella maggior parte delle ONG esaminate, l’assistenza alimentare rappresentava un’attività secondaria e non quella principale.

Le disparità geografiche sono risultate particolarmente marcate.

Sebbene le famiglie arabe presentino tassi più elevati di insicurezza alimentare, secondo lo studio solo il 4% delle ONG che forniscono aiuti alimentari opera nelle comunità arabe. Al contrario, il 29% opera nel distretto di Gerusalemme, rispetto ad appena il 9% nel distretto settentrionale di Israele, nonostante livelli di bisogno comparabili.

I ricercatori hanno inoltre riscontrato una scarsa quantità di informazioni sistematiche sulla qualità degli alimenti, sul contenuto dei pacchi di aiuti e sugli standard nutrizionali.

Secondo gli autori, la frammentazione del sistema potrebbe ridurre l’impatto delle considerevoli risorse finanziarie e umane già destinate all’assistenza alimentare. Una migliore coordinazione anche solo di una parte di queste risorse, stimano, potrebbe ridurre significativamente i casi più gravi di insicurezza alimentare.

«Dal punto di vista del sistema sanitario, l’insicurezza alimentare non è soltanto una questione sociale, ma anche clinica», ha dichiarato Tamir. «Quando l’accesso a un’alimentazione adeguata dipende da sistemi caritatevoli frammentati, le conseguenze si riflettono sulla salute della popolazione, sulle disparità e sul peso a lungo termine per il sistema sanitario».

I ricercatori hanno affermato che Israele riflette un fenomeno più ampio presente nei Paesi ricchi, dove le organizzazioni che forniscono aiuti alimentari attraverso la beneficenza assumono sempre più il ruolo di una sorta di infrastruttura assistenziale non ufficiale.

Secondo lo studio, queste organizzazioni possono rispondere rapidamente ai bisogni immediati, ma possono anche ridurre la pressione sui governi affinché sviluppino politiche globali e di lungo periodo.

«I nostri risultati mostrano sia la forza sia i limiti della filantropia», ha dichiarato Troen. «La società civile svolge un lavoro straordinario, ma uno Stato moderno non può fare affidamento esclusivamente sulla beneficenza per garantire l’accesso a cibo sano. La vera domanda è se gli aiuti vengano distribuiti in modo equo, efficace e trasparente e se la filantropia stia integrando la responsabilità pubblica o le venga chiesto di sostituirla».

Accos ha affermato che la sfida va oltre i periodi in cui le donazioni ricevono tradizionalmente maggiore attenzione pubblica.

«Aiutare le famiglie che affrontano l’insicurezza alimentare è un imperativo morale immediato», ha dichiarato. «Ma la sfida politica riguarda tutto l’anno. Un Paese non può considerare la sicurezza alimentare soltanto come un atto temporaneo o stagionale di generosità. Deve anche chiedersi se il sistema sia equo, se raggiunga le persone che ne hanno più bisogno e se le istituzioni pubbliche si stiano assumendo una responsabilità sufficiente».

Gli autori raccomandano una maggiore supervisione governativa del sistema degli aiuti alimentari, requisiti standardizzati per la rendicontazione e l’introduzione di standard nutrizionali, nonché un maggiore coordinamento tra le agenzie governative e le organizzazioni benefiche.

La loro conclusione è che l’ampia rete filantropica israeliana rimane indispensabile per molte famiglie, ma non può sostituire una strategia nazionale per la sicurezza alimentare.

La beneficenza è importante, sostengono i ricercatori, ma la beneficenza da sola non costituisce una politica di sicurezza alimentare.

 

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